L'Afgano convertito

In questi giorni ha fatto scalpore la notizia di Abdul Rahman, l'Afgano condannato a morte per essersi convertito 15 anni fa al cristianesimo. Immagino come molti, la notizia mi ha lasciato turbato. Forse le cose si sistemano: lo rilasciano facendolo passare per pazzo. La solita via di uscita "raffazzonata": mi chiedo che cosa succederà al prossimo convertito che si troverà in questa situazione. Comunque è impossibile non scoraggiarsi di fronte all'evidente fallimento "di esportazione della democrazia" in Afganistan e in altre regioni. Anzi la sensazione che mi cresce addosso è quella catturata dalla fulminante battuta di Guzzanti "ma non è che ad esportare tutta questa democrazia, non ne rimane più per noi?".

Tornando ad Abdul Rahman, segnalo due articoli. Il primo dell'ottimo Magdi Allam. I suoi giudizi inflessibili e puntuali sulle derive del mondo islamico sono tanto più autorevoli perché pronunciati da un musulmano laico e moderno. Allam ci mette di fronte all'ipocrisia dei governi occidentali che nel cercare una via di uscita al caso di questo singolo individuo (via di uscita triste ed insufficiente come già detto) non si accorgono che il problema della difficile conciliabilità tra l'islam (cosi come è praticato da molti oggigiorno) ed il rispetto dei diritti alla libertà religiosa, è un problema più generale, pervasivo e soprattutto un problema che abbiamo già anche a casa nostra. L'articolo è qui. Enzo Bianchi, priore del monastero di Bose, invece scrive un bellissimo pezzo per la Stampa in cui separa il piano politico, nel quale è giusto rivendicare il diritto di Abdul Rahman alla vita, da quello religioso nel quale il cristiano non è tenuto a chiedere il rispetto delle rispettive libertà religiose perchè " non è istanza indispensabile per poter vivere e testimoniare il vangelo". L'articolo è qui.