Finisce un'altra settimana a Yale

Venerdi sera. Troppo tardi per mettermi a lavorare davvero e troppo presto per ripiegare lo schermo sulla tastiera. Racconto allora un paio di cose di questa mia settimana a Yale.

Mercoledì sera sono andato a fare un po' di manovalanza per il Journal of Regulation (JREG). Le riviste accademiche nelle law school americane sono gestite dagli studenti. Gli studenti ricevono gli articoli, decidono quali accettare, curano le revisioni e le correzioni e scrupolosamente verificano tutti i riferimenti e le citazioni. Per entrare nel gruppo che cura la rivista più prestigiosa, lo Yale Law Journal (YLJ), c’è una forte competizione che comincia un anno prima dell'effettiva entrata nella squadra della redazione. Il JREG è più di bocca buona e prende tutti i volontari (compreso il sottoscritto, figuratevi Winking). Ma perché gli studenti fanno la fila per partecipare? In fondo si tratta di un lavoro che consuma tempo, a tratti non particolarmente stimolante (trovare gli originali delle citazioni sui microfilm negli scantinati della biblioteca ad esempio) e non pagato. Eppure, i ragazzi lo fanno perché è prestigioso, perché da visibilità e perché è un asset in più sul curriculum. La mia personale motivazione per la verità era un'altra: volevo vedere come funzionava il meccanismo dall’interno, al fine di poter in futuro provare a piazzare qualche lavoro in una rivista di questo tipo.

Si può discutere a lungo su questo modello di rivista. Resta il fatto che qui gli studenti graduate (l’equivalente dei nostri studenti di laurea magistrale) decidono di cose vitali per i professori quali se pubblicare o meno i loro lavori. E sappiamo tutti quanto questo sia motivo di vita o di morte in un ambiente dove vige il publish or perish. Gli studenti fanno un lavoro meraviglioso e con grande entusiasmo: perdendo ore ed ore a reperire tutte le fonti citate; incrociando quanto citato con gli originali; controllando argomentazioni, dimostrazioni, fin’anche la grammatica e la formattazione. I prodotti che ne escono sono le riviste accademiche più prestigiose del mondo.

Come non pensare al ruolo subalterno ed apatico della maggioranza degli studenti nelle nostre università? Come non pensare a quanti anche nel mio dottorato non “gradiscono” e/o “apprezzano” troppa iniziativa da parte dei dottorandi?

La seconda cosa da riportare oggi, è la continuazione di un post precedente, in cui vi ho raccontato di Mr Camara, dei suoi scritti politically uncorrect di quando aveva 17 anni, e di come la sua domanda per l’accettazione di un suo lavoro nello YLJ abbia scatenato un pandemonio da queste parti. Oggi si è tenuto il simposio della rivista a cui ha partecipato anche Kiwi Camara. Ovviamente c’era attesa per vedere quale tipo di protesta avrebbe avuto luogo. Ed è stato cosi che metà dell’emiciclo si è alzato quando a preso la parola Camara ed è uscito dall’aula andando a discutere in una sessione parallela di disempowered voices in the legal accademia. E’ stata un’esperienza culturale interessante. Ma francamente una sceneggiata un po’ troppo esagerata. Questa è una società dove la segregazione è nei fatti, con i neri che fanno i lavori più umili, abitano in parti differenti della città, chiamano i figli con nomi diversi dai bianchi ed a volte viene il sospetto che persino parlino una lingua diversa. Forse qualcuno ha davvero pensato che la protesta scenografica di ieri fosse il principio; un modo per cominciare a risolvere il problema. Io ho avuto l’impressione che si sia voluto cominciare dalla fine!