Coppa italica
E noi Italiani, siamo lì davanti. Come nella formula uno, come nelle moto, come nella scherma. Ci sono gli americani. Ci sono i tedeschi, gli spagnoli, i neozelandesi, i francesi, persino i cinesi ed i sudafricani. In attesa degli svizzeri ovviamente. Ma poi ci sono gli italiani con ben tre barche. Ci ho pensato a questo numero. Potenze mondiali come gli USA mandano una barca. Gente che mangia pane e vele come i neozelandesi mandano una barca. Gente ripiena di grana come gli svizzeri manda una barca. Ma noi italiani ne mandiamo tre.
Ci ho pensato a questo numero. Tre barche. Che significano? Pensarne bene o pensarne male? In fondo credo che queste tre barche raccontino in una pennellata magistrale (avevo scritto maestrale, forse in preda ad una deriva velistica) molto di quello che questo paese è. Nel bene e nel male.
Queste tre barche sono una storia positiva perchè rappresentano la generosità di spendersi quasi senza calcolo, solo per inseguire sogni e passioni. L'entusiasmo di costruire progetti che si misurano con i giganti, partendo dalle piccole realtà. La capacità di valorizzare i territori e le loro culture. Che Luna Rossa sintentizza l'eleganza del chiantishire, nell'entroterra di Punta Ala, mentre Mascalzone Latino e +39 sono a loro volta incarnazioni del genio partenopeo e dell'industrialità padana rispettivamente.
Ma al tempo stesso queste tre barche tratteggiano anche molti dei mali di questo nostro paese. Il suo campanilismo che impedisce di fare sintesi ed evitare inutili duplicazioni e la programmatica insofferenza verso progetti che accomunano le forze invece di dividerle.
Sarà una coppa america fantastica. Se poi la spunteremo, ci rallegreremo del genio estroso italico che nel suo disordine ed individualismo indomito prevale anche sui grigi giganti internazionali. Se soccomberemo, sarà per colpa della nostra irrimediabile incapacità di fare squadra. Meriti e colpe, comunque finiremo per pagarli, sono monete che riportano sulle facce questi due aspetti imprescindibili del nostro paese.
quote of the day
Ora e sempre resistenza!
Lo avrai camerata Kesselring
Il monumento che pretendi da noi Italiani
Ma con che pietra si costruirà a deciderlo tocca a noi
Non coi sassi affumicati
Dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
Non colla terra dei cimiteri
Dove i nostri compagni giovinetti
Riposano in serenità
Non colla neve inviolata delle montagne
Che per due inverni ti sfidarono
Non colla primavera di queste valli
Che ti vide fuggire
Ma soltanto col silenzio dei torturati
Piú duro d'ogni macigno
Soltanto con la roccia di questo patto
Giurato fra uomini liberi
Che volontari s'adunarono
Per dignità non per odio
Decisi a riscattare
La vergogna e il terrore del mondo
Su queste strade se vorrai tornare
Ai nostri posti ci troverai
Morti e vivi collo stesso impegno
Popolo serrato intorno al monumento
Che si chiama
Ora e sempre resistenza!
-Piero Calamandrei-
La balletta ENEL
-Avere in cantiere 1700 MW di rinnovabili nei prossimi 5 anni (meno della potenza della centrale di civitavecchia)
-diminuire le proprie emissioni di 4 milioni di tonnellate di CO2 all'anno (solo la centrale di Porto Tolle ne emette 10 milioni)
-di produrre ben il 20% di energia da fonti rinnovabili (il 16% dei quali dalle centrali idroelettriche costruite 50 anni fa quando il problema non si poneva)
-investimenti nelle fantomatiche centrali ad emissioni zero di cui si chiacchera molto ma sono di là da venire e potenzialmente pericolose.
Insomma, pur apprezzando che sull'impegno ambientale le aziende ci mettano la faccia, non potevamo che prendere con le molle l'impegno di ENEL che sembra fatto di molto marketing e poca sostanza. Alla prova dei fatti, le belle promesse di bollette verdi sembrano sempre più diventare belle balle (o meglio ballette). Prova di questa profonda contraddizione è la perseveranza con cui ENEL porta avanti la riconversione delle centrali ad olio pesante, in carbone, che è in assoluto la tecnologia a più alto impatto di emissioni e che porta l'Italia completamente fuori dagli impegni di Kyoto.
Quella di ENEL è stata una campagna pubblicitaria massiccia, a dir poco fastidiosa per come ha scientemente deformato la realtà fino a camuffare in punti di vanto quelli che invece sono i segni evidenti di una politica energetica ed ambientale modesta, miope e conservatrice. Una campagna massiccia, a cui ora Greenpeace fa il verso.
ENEL ha iniziato la valutazione per il completamento di due reattori nucleari a Mochovce in Slovacchia, dopo l'acquisizione del 66% dell'azienda elettrica slovacca Slovenske Elektrarne. La decisione finale è prevista per i primi di maggio. Il governo italiano è ancora il principale azionista di ENEL in quanto il Ministero dell'Economia controlla il 21,84 per cento delle azioni e la Cassa Depositi e Prestiti il 10,15 per cento. Noi ci opponiamo all'investimento nel completamento di questi due reattori per tre ragioni: a) È una tecnologia obsoleta e rischiosa. b) Non esiste una valutazione di impatto ambientale. c) Discutibile economicità e possibili aiuti di stato.
Insomma, ENEL si spaccia per ambientalista su tutta la stampa nazionale ma poi porta avanti le centrali a carbone e si rimette nel business del nucleare, in barba al referendum del 1987. E per farlo se ne va in Slovenia ad investire su una vecchia centrale di stampo sovietico. GreenPeace, impegnata in una campagna ad ampio raggio sui cambiamenti climatici, e quindi su un modo di produzione dell'energia elettrica più sostenibile, critica ferocemente questa decisione. Che cosa non torna in tutta questa storia?
C'è un piccolo dettaglio che forse GreenPeace dovrebbe spiegare: che il nucleare non produce gas serra. Certo il nucleare presenta molti altri problemi, compreso il rischio di scoppio stile Chernobyl. Ne abbiamo parlato qui in passato. Però non produce gas serra: questo va detto (anche se qualcuno la pensa diversamente). Tanto che persino uno dei fondatori di GreenPeace dice di aver cambiato idea circa il nucleare argomentando che in questo preciso momento storico è il minore tra i due grandi mali della produzione di energia. Greenpeace non lo ha ancora seguito, ma certo l'idea ha fatto discutere.
Ed allora saremmo disposti noi in Italia a riaprire la discussione sul nucleare? Poniamo che ENEL, o meglio, coloro che decidono della politica energetica nazionale prendessero finalmente sul serio Kyoto e scrivessero a chiare lettere che in Italia le emissioni devono diminuire stabilmente e ad un ritmo del 2-3% all'anno. Per fare questo ci si dovrebbe scordare le centrali a carbone. Ed in prospettiva tutte le fonti fossili. Per riempire il gap tra le fonti non più utilizzabili e quelle rinnovabili che lentamente prendono piede, ci potrebbe essere un ruolo limitato per il nucleare: saremmo disposti ad accettarlo? Saremmo disposti a lasciare che ENEL investa nell'uranio, eventualmente anche in Francia e Slovenia, in cambio della promessa di non aumentare le emissioni qui in Italia?
Domande retoriche le mie. Perchè ENEL non sembra avere certo interesse ad investire nel nucleare per qualche prurito ambientale. Nè accetterebbe di essere messa di fronte al tradeoff più nucleare=meno carbone. ENEL vuole l'uno e l'altro, in barba a tutte le belle balle scritte sui giornali nei mesi scorsi.
Guai lamentarse
DS e Margherita si sposano (anche loro...)
Ed evangelicamente oggi, DS e Margherita si fanno seme e muoiono, per rinascere frutto, uniti nello sposalizio del partito democratico.
PS: dite che sta storia del matrimonio mi sta dando un po' alla testa?
Non plus proprieté
intellectuelle à la carte
Pensiamo al settore antitrust, dove l'impossibilità di scrivere leggi particolareggiate ex-ante (come fare ad andare più in la di generici richiami alle magnifiche sorti progressive della concorrenza?) inducono ad intervenire ex-post, quando i guasti dei comportamenti anti-competitivi diventano visibili. La proprietà privata funziona invero al contrario: con un forte indirizzo ex-lege ex-ante ed interventi giudiziari strettamente aderenti a quelle stessi leggi ex-post.
E la proprietà intellettuale? Alessandra, Antonio ed il sottoscritto abbiamo argomentato altrove circa la liceità e necessità di interventi ex-post in stile antitrust, nel settore della proprietà intellettuale. In questo lavoro accademico avvanziamo un'argomentazione teorico-concettuale. La nostra idea è che i diritti di proprietà hanno sempre uno spazio di incompletezza che non è definibile ex-ante ma è solo scopribile ex-post quando insorgono conflitti di attribuzione su usi non ancora definiti. In questo caso l'intervento ex-post è necessario tanto più quanto lo spazio di incompletezza è ampio. La proprietà privata di appezzamenti agricoli è un settore del diritto per il quale gran parte del'incompletezza è stata risolta nel corso di centinaia di anni di consolidata esperienza giuridica e quindi si presta ad una regolazione che anticipa il più possibile tutti gli spazi potenziali di conflitto e le relative soluzioni. Nel caso dell'antitrust vale l'argomento opposto: la dinamicità ed innovatività del settore inducono a correggere gli imprevedibili esiti dell'imprecisa regolazione ex-ante, che non solo può non prevenire affatto i conflitti legati all'incertezza ma addirittura può in qualche caso contribuire alla proliferazione degli stessi. L'intervento ex-post regolatorio quindi si giustifica. La nostra tesi è che la proprietà intellettuale regoli un settore che per grado di incompletezza assomiglia di più al settore antitrust che non a quello della proprietà agricola (nonostante condividano il nome proprietà) e perciò necessiti di un'apertura all'intervento ex-post più ampia di quanto sia possibile per la propeirtà tradizionale.
Le polemiche intorno alla nascita dell'autorità francese offrono l'occasione per riportare il nostro discorso nel novero degli argomenti comprensibili (almeno al pubblico letterato ed internet-dipendente di questo blog
Sembra infatti che tra le prime questioni che l'autorità prenderà di petto, ci sarà quella dei DRM: dei Digital Right Management. Con i DRM i fornitori di contenuti intellettuali digitali si ritagliano dei diritti di proprietà su misura: una sorta di proprieté intellectuelle à la carte. Facciamo un esempio musicale. Se compero un CD ho la proprietà "piena" dello stesso. Posso utilizzarlo, rivenderlo, distruggerlo e persino copiarlo, a patto che sia per uso personale. Se compero lo stesso CD su itunes, mi vincolo ad accettare delle condizioni particolari quali, il vincolo a riprodurre il brano su itunes o lettori Apple, l'impossibilità di copiare il brano su più di 5 computer, di masterizzarlo più di 7 volte eccetera. Queste restrizioni non sono peraltro draconiane, ma generalmente -queste imposte da Apple- sono considerate condizioni generose rispetto alla media. Il punto è che, cosi facendo, ogni venditore di musica ti vende un diritto di proprietà che ha caratteristiche particolari e diverse. I DRM lasciano al produttore la totale arbitrarietà circa il disegno dei confini della proprietà che vende. Ma il diritto di proprietà si caratterizza per il principio del numerus clausus cioè per la stretta aderenza a poche e ben definite tipologie. Insomma, uno non può venedere il diritto di proprietà su un terreno ma riservarsi alcuni usi per se (almeno che non lo faccia per via contrattuale).
I DRM infrangono questa tipizzazione dei diritti: ogni autore o distributore modifica come vuole le caratteristiche del diritto con danno per la collettività in termini di accresciuta incertezza e difficoltà negli scambi. Da molt e parti si avverte la necessità di riconciliare i sistemi di protezione della copia con forme più semplificate ed intelleggibile di proprietà. Ma come intervenire?
Ora i DRM sono un fast moving target. Nati da pochi anni, qualcuno ( lo stesso Steve Jobs tra questi) ne invoca già la fine. Sono un settore che invoca regole condivise ma non può aspettare i tempi necessariamente lunghi e gli ingessamenti tipici delle leggi. Ecco lo spazio di intervento regolatorio ex-post. Una legge, che richiede tempi di gestazione lunghi e capacità di prevedere e pianificare gli esiti non è uno strumento in grado di mettere mano in questo settore che invece si muove in fretta e genera un'obsolescienza delle regole che non lascia respiro.
Ecco perchè penso che l'autorità Francese, per quanto essa si troverà a camminare in un terreno minato e necessariamente sbaglierà poco o molto nei suoi interventi, sarà comunque un esempio destinato ad avere presto degli imitatori in altri paesei, e forse anche nel nostro.
Update: Anche la Norvegia sembra voler mettere mano alla questione DRM anche se, stando a questo pezzo, sembra per ora privilegiare un approccio ex-ante. Nel frattempo in Italia, il dibattito pubblico al riguardo è appena avvanzato dall'indifferenza alla demagogia spicciola (vedi articoli della Stampa di questi giorni 1, 2, 3).
La farsa socialista
Ci mancava proprio il
nuovo PSI. Mentre finisce il weekend politichese con
congressi UDC che giurano fedeltà eterna al
centrodestra (ma tramano tra le quinte come vecchi
democristiani) e congressi socialitsti che provano ad
incollare cocci che non combaciano ormai più,
conviene rinfrescare la memoria, per dare una
prospettiva all'evento socialista di quest'oggi. Ci
pensa Leonardo a ricapitolare....
Forte di questi incontestabili successi, Boselli rialza la posta. Nei mesi successivi volge lo sguardo a sinistra, e si fa promotore nientemeno che di una Costituente Socialista nel nome di Turati, di Nenni e Saragat. Aderisce il Partito Socialista Democratico Italiano, quello che nelle barzellette della mia infanzia faceva i congressi nelle cabine telefoniche; Ugo Intini, che per l’occasione ha divorziato da De Michelis e dice di chiamarsi Partito-Socialista-Socialdemocrazia (cominciavano a finire i nomi); e una parte della Federazione Laburista Italiana. Una parte, eh? Mica tutti. Che tutti nella stessa cabina telefonica non ci stavano (non le fanno più grandi come una volta - maledetta telefonia cellulare).
Alle elezioni europee del 1999 gli SDI prendono un 2,1% che potrà anche sembrarvi poco, ma è sufficiente a portare due SDI nel nuovo governo Amato-2000: Del Turco alle Finanze e Intini (sottosegretario) agli Esteri. Ma se pensate che la funzione dello SDI non sia dissimile da quella di tanti altri partitini a caccia di poltrone, vi sbagliate. Boselli è sempre alla ricerca di aggregazioni più ampie.
Il Girasole debutta alle politiche del 2001 e… prende il 2,2%. Come dire che uno dei due partiti nelle urne è scomparso. Impossibile sapere quale. Bisogna dire che alle europee del 2005, i Verdi, tornati da soli, schizzeranno al 2,5. E gli SDI?
Gli SDI non andranno mai soli, per costituzione. Come una zanzara testarda, Boselli è sempre in cerca di qualche vena da succh… di qualche altro partito con cui formare una più ampia aggregazione. Piuttosto, dopo la débacle del 2001, il problema è: chi è cosi tanto fesso da farsi agganciare di nuovo da Boselli? De Michelis? Per qualche tempo anche De Michelis sembra tentato. Ma alla fine il nuovo matrimonio si farà nell’autunno 2005 con quegli intelligentoni dei Radicali, e si chiamerà Rosa nel Pugno. L’intelligenza è evidente sin dalla scelta del nome, che nei più delicati evoca subito la sensazione della Spina nel Polpastrello; ma tant’è.
Oggi siamo ad un altra piroetta. Con grossi proclami circa la riunificazione socialista, e l'alterità verso il partito democratico.
Io da questi signori rimasi scottato nell'oramai lontano 2001. Allora ero giovane ed ingenuo (ingenuo forse lo sono rimasto, anche se un po' meno giovane) e mi feci circonvenire credendo convintamente allo sposalizio dell'istanza ecologista con la sensibilità sociale a sfumatura liberale. Le cronache tristemente ricordano che il Girasole fu solo un mero cartello elettorale e subito dopo le elezioni i due partiti continuarono per le loro strade senza nemmeno il bisogno di spiegare agli elettori che era stata tutta una farsa.
Nell 2006 hanno messo in piedi la Rosa nel Pugno. A livello di marketing politico il progetto si presentava molto bene. Era trendy, moderno, liberale, sanamente libertario ma comunque di sinistra. Molti amici -alcuni frequentatori di questo blog- ci hanno creduto. Anche da queste parti si é molto simpatizzato, ma memori dell'ultima scottatura, si é mantenuto fede al proposito che si fece un tempo di votare partiti che possano prendere almeno il 20% dei voti (e di questi in Italia ne sono rimasti due).
Insomma, ci risiamo. Boselli sta rimettendo in piedi un'altra farsa. Che gabberà ancora qualche elettore ingenuo ed idealista forse. Che terrà in scacco qualche governo magari. Che sicuramente avrà un contributo negativo, in termini di frammentazione, rent-seeking, short-sighted politics, alla politica di questo paese. Ed é anche per consegnare definitivamente al passato queste vicende di politichese, tra il ridicolo ed il penoso, che urge costruire un partito democratico forte e florido. Per questo ci vuole anche la nuova legge elettorale, maggioritaria o con soglie di sbarramento a prova di Boselli (ed eventuali e casuali alleati)
I care about the PD
Si sono tenuti dei congressi locali. Laceranti per i DS che rischiano la scissione. Deludenti per la margherita che si é trovata intrappolata ed umiliata da veccchie logiche di correnti e tessere che hanno minato la legittimità del processo. Il tutto in una fase di consensi discendente, che inchiodano il nascente partito democratico al 25% secondo repubblica ed al 23% secondo il corriere. Con il governo che vacilla ad ogni voto in senato e Prodi che da piú parti viene accusato di essersi disinteressato al processo i formazione del PD dopo esserne stato il principale promotore lungo questi anni.
Questo é lo scenario. La voglia di girare la testa é forte. Di tenersi a lato mentre scorre lo spettacolo non proprio rassicurante. Di dire me ne frego. Ma poi là fuori c'é una nuova generazione di ragazzi, coetanei o poco più che hanno deciso di dare battaglia. Che, da vera classe dirigente, hanno capito che non ci si può chiamare fuori. Quello che sarà il partito democratico lo decidono quelli che ci sono mentre lo si costruisce. E non esserci nel momento della costruzione significa per coerenza doversi negare il diritto di critica sugli esiti. Come esserci quindi?
Da una parte Scalfarotto ha aderito ai DS, motivando la sua scelta con il desiderio di dare una mano dall'interno. Esserci da insider quindi. Dall'altra parte quel manipolo di riottosi di Generazione U capitanati dall'Adinolfi, dopo aver denunciato i magheggi dei congressi della margherita, oggi chiedono di poter partecipare alla costituente del PD da outsiders ed in esplicita contrapposizione con le gerarchie di DS+Margherita in via di discioglimento. Due tattiche diverse con una strategia in comune: accompagnare la nascita tribolata del partito democratico ed arricchirlo di nuove e fresche forze. (Scalfarotto e Adinolfi si sono peraltro scambiati fendenti qui, qui e qui)
I care, diceva don Milani (qui un commento in proposito di padre Zanotelli). I care diceva anche Veltroni in occasione di un altro congresso DS. I care che significa mi sta a cuore, me ne prendo cura. Che é l'esatto contrario del me ne frego, tanto caro a fascisti di vecchia e nuova leva, e tentazione inconfessabile di questi giorni. E siccome I care davvero molto del partito democratico, urge farsi coinvolgere. Urge esserci! Si ma come?
mattoncini di civiltà
Se sali sul treno, paghi
il biglietto. Se vieni pizzicato senza, paghi la
multa. Se ti rifiuti, vieni fatto scendere (e ti
porti a casa verbale e sanzione amministrativa). Da
questi piccoli mattoncini bisogna ricostruire la
civiltà in questo paese.
Ed alle Ferrovie che si preoccupano che "tutto ciò è
costato più di un'ora di ritardo per gli altri
passeggeri" e -spiegano dalla direzione delle Fs-
che: "Siamo rammaricati ma ogni volta dovremo
intervenire in questo modo" ci permettiamo di dire
dall'alto dei nostri 100 euro spesi settimanalmente
per viaggiare tra Roma e Milano sui treni:
Fate bene e non temete: in caso di
ritardi a causa di espulsione tifosi arroganti e
morosi, non chiederemo nemmeno il rimborso.
PS. Risolto il problema tifosi peraltro ci sarebbero
una serie di altri piccoli mattoncini di buona
educazione da impilare. Come ad esempio i passeggeri
che ancora lasciano le suonerie sguainate (e
sguaiate) e quelli che si guardano i film dai loro
portatili senza le cuffie (a questo punto si
portassero il proiettore e mettessero su la carrozza
cinema)
DICE Bianchi
Da una lettera a Diogneto, del II secolo: che i cristiani non rinneghino nulla del vangelo, ma restino in mezzo agli alti uomini con simaptia, senza separarsi da loro, solidali, tesi a costruire insieme a loro una città più umana. Cristiani che sappiano vivere amici di tutti gli uomini, senza cadere preda dell'angoscia o della paura di essere minoranza, vero lievito e sale nella pasta del mondo: cosí, nell'incontro del cristiano con chi cristiano non é, entrambi potranno esclamare"Mai l'uno senza l'altro".
DICE Don Angelo
Gli altri sono per lui, prete minore, storie vissute, sofferte. Le famiglie per lui non sono bandiere per una battaglia, sono case in cui entra, ne conosce il profumo ma a volte anche il peso e l’aria quasi irrespirabile. Papà e mamme per lui non sono astrazioni, sono occhi, sono quegli occhi, è il corpo di quella donna, di quell’uomo. Li ha toccati. Conosce, perché fatto partecipe, il luccicare dell’emozione e il gonfiarsi del pianto. I volti scavati dalla fatica.
I conviventi non sono per lui una categoria sociale, sono in larga misura quei ragazzi e quelle ragazze che ha l’avventura, avventura di grazia, di incrociare agli incontri per i fidanzati. Si sente interrogato dalle loro storie. Interrogato dall’immagine di una chiesa senza misericordia che, a ragione o senza ragione, pesa nei loro occhi.
I preti minori vedono luccicare i loro occhi quando si parla di un Dio amore, perduto come loro nell’amare, perduto, come loro e più di loro, dietro ognuno di noi. E gli occhi dei cosiddetti atei si accendono, quasi li abitasse un brivido di nostalgia, nostalgia dell’acqua viva, l’acqua che il rabbì del pozzo di Sicar faceva sognare alla donna dei cinque mariti. I preti minori non riescono a convincersi, anche perché non hanno ancora dimenticato il vangelo, che l’amore per la famiglia stia, prima di tutto, nella battaglia per le leggi. Si guardano attorno, “pacs” e “dico” ancora non esistono, eppure la famiglia è in processi di rapida evoluzione e a volte di sofferenza. C’è chi pensa che rimedio sia costruire intorno all’albero che intristisce muretti di protezione. Quasi bastasse un muricciolo a rinverdire le foglie e non l’acqua viva.
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DICE Leonardo
Gesù, che di comunicazione un po’ ne capiva, spesso e volentieri stava zitto: il silenzio si addice ai profeti e ai re. Piuttosto di dire qualcosa di avventato, si metteva a scarabocchiare nella sabbia. Coi preti è diverso: loro nel dubbio parlano. E da qualche tempo in qua, parlano senza rete.
Nessuna nostalgia, per carità: eppure non si può fare a meno di osservare che ai tempi della Dc un incidente del genere non sarebbe scoppiato. Qualche cavallo di razza avrebbe preso il telefono e – con tutta l’umiltà del caso – ammonito fraternamente sua Eccellenza a non cadere più in simili trappoloni, e lasciare la politica a chi la faceva di mestiere. L’unità politica dei cattolici era una specie di filtro che dei preti lasciava passare qualche santa parolina ogni tanto. Oggi è diverso. Sparsi in cinque partiti in concorrenza tra di loro, i cattolici fanno a gara ad attaccarsi alle sottane (dei vescovi). I vescovi se ne sono accorti e, come fanciulle in fiore, parlano, parlano.
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storia buttata in merda
La Moric si separa da Corona: Adesso che lui non c'è, ho trovato la forza di decidere.
Bella forza. Complimenti. Che eleganza! Non che il personaggio meritasse altri trattamenti, ma si sa, un po' di classe non avrebbe stonato nemmeno in mezzo alla merda. E qui di questo parliamo. A memoria, la vicenda fa il paro con quella di Lapo e Stella: lui che si costruisce la propria fine di merda, lei che lo lascia senza la minima ombra di eleganza a mezzo comunicato stampa.
E poi dicono che saranno i DICO a mandare in crisi le coppie italiane....
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