Cattivi ricordi contro cattivi pensieri

Mentre ammutolisco leggendo i giornali del mattino che danno Prodi per spacciato, mentre preparo mentalmente eventuali reazioni eccessive e spettacolari, quali l'espatrio, la rinuncia al certificato elettorale a vita, la discesa nel qualunquismo o al piú nel libertarismo piú sfrenato ed anarcoide, mi rinfresco la memoria su chi ci stava prima dalle parti di palazzo Chigi.

Dal corriere di ieri si apprende che Berlusconi, il 27 aprile, cioé 17 giorni dopo aver perso le elezioni, con un decreto, si assegnava ben 31 (trentuno si) uomini di scorta e 16 (seedddiccciii) auto di cui 13 blindate e tutte di marca tedesca (che significa che saranno tutte A6 oppure a A8 dai 40 ai 100 mila euro ciascuna).

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Contro la proliferazione degli atenei, la liberalizzazione del titolo

I mali dell'università italiana sono tanti. Problemi storici che non vengono mai risolti, quali il sistematico difetto di finanziamento alla ricerca e le baronie e familismi pervicaci che ne incancreniscono i problemi. Mario Pirani oggi su Repubblica parla dell'ultima metastasi radiografata: le mille università dalle facili cattedre.

Si da il caso che negli ultimi 7 anni (si proprio sette), le sedi universitarie italiane siano passate da 41 a 80. Raddoppiate!. Ad esempio oggi abbiamo ben nove sedi in Sicilia. Oltre alle storiche di Palermo, Messina e Catania, ci sono sedi universitarie anche a Modica, Taormina, Ragusa, Siracusa, Caltagirone ed Enna. Altre perle di scienza e di saggezza sono nate all'ombra dei server degli atenei telematici. Ne ha contati ben 14 (si, quattordici) Repubblica di questi. Ed infine le università dalle storie più sorprendenti: da quella dei legionari di cristo, a quella dei Ranieri a quella del ministero delle finanze. E poi i crediti venduti all'ingrosso ai ministeri ed alle associazioni di categoria, etc.

Ce ne é per tutti, e Pirani spiega bene come la proliferazione sia dovuta non tanto all'anelito della scoperta scientifica che alberga nel cuore italico ma come al solito alla più pragmatica necessità di offrire poltrone e strapuntini a tutti quanti. Che il "dottore" non si nega a nessuno, ma a questo punto, si regala abbastanza facilmente anche il "professore".

E sia! A noi che siamo liberali, liberisti e libertari in fondo questa proliferazione selvaggia non dispiacerebbe! Puzza di una lotta Shumpeteriana tra atenei. Una corsa a chi si accaparra l'ultimo studente, a chi lo fa crescere di più, a chi gli offre più opportunità e prospettive. Ad una condizione: CHE VENGA CANCELLATO IL VALORE LEGALE DEL TITOLO DI STUDIO.

Smarriti in questo nuovo mondo dove non é la legge a dettare il valore del titolo ma piuttosto la reputazione, vorremmo vedere quante di queste sedi periferiche, di questi atenei virtuali, di questi cattedrati senza pubblicazioni e ricerche, di questi baroni senza nulla da insegnare, di queste lauree prese con i punti del benzinaio o acquistate con i buoni pasto sopravviveranno.

PS. Ottima documentazione in proposito é reperibile da questa puntata di Rai Report.

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Anche gli sporcaccioni piangano

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Si intravede all'orizzonte (ancora lontano per la verità ) una rivoluzione culturale in materia di tasse: Non più chi guadagna paga, ma piuttosto chi rompe (o sporca o inquina se preferite) paga. Il polluter pays principle (PPP) in gergo ecologico/economico.

Questa mattina ne ho scorto i seguenti segni:

1. Beppe Grillo che, con il suo solito piglio un po' populista ma molto efficace, propone per risolvere il problema del traffico nelle città le seguenti misure: -Ticket di ingresso per le auto. -Diminuzione dell’Ici del 30% al residente che non possiede una macchina. -Tassa per l’occupazione di suolo pubblico per le macchine parcheggiate.

2. Un'economista repubblicano che si augura la sostituzione della tassa sul reddito con la carbon tax (e per questo -dice- ci vuole un presidente democratico).

3. Il ministro Bersani che finalmente spiega che la tassa sul SUV non é una tassa sul lusso ma piuttosto sul suo impatto ambientale. Dice il ministro che se fanno un SUV a idrogeno lui lo detassa. Purtroppo questo non é vero, almeno per come é fatta la proposta oggi ma in attesa di una tassa disegnata a dovere ci compiaciamo per i progressi fatti.

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Niente marchette agli editori

La delusione per la norma in finanziaria che restringeva la possibilità di usare il diritto d'autore é durata per fortuna solo pochi giorni. Notizia di ieri che l'aritcolo é stato cancellato in commissione. Resta qualche preoccupazione per la possibilità che l'emendamento rientri se verrà posta la fiducia sulla manovra, ma soprrattuto un po' di stranimento per aver constatato con quanta leggerezza, in questo paese, si vanno a toccare ex-lege i diritti di proprietà. Che possono e devono essere limitati per legge, ma che non possono essere modificati in continuazione, pena l'irrilevanza ed inefficienza come istituzione economica e la loro trasformazione in strumenti di potere e sfruttamento di marxiana memoria.
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Chi evade il proprio (e nostro) futuro

Mentre il governo passa giornate difficili, tra crolli nei sondaggi e prese di distanza fuori e dentro la cerchia degli amici, la cosa che più mi sorprende e mi fa temere é una riemersione prepotente della causa delle partite IVA e degli evasori. Ascoltando la radio e leggendo i giornali stà passando abbastanza indisturbato il messaggio protoberlusconiano che in fondo evadere é giustificato viste le condizioni e le aliquote attuali. Quindi, che Visco non faccia troppo sul serio con questa ossessione per l'evasione! Tra le tante ragioni per combattere questa tesi che, ammettiamolo, fa breccia nelle menti italiane tendenzialmente inclini a perdonare la furbizia di ogni risma e fattura, l'ultima in ordine di importanza é quella che, se anche ci fosse un barlume di idealitá dietro questa istanza, i commercialisti dei vari Briatori d'Italia dovrebbero calcolare onestamente l'imponibile e poi applicare un'aliquota "giusta", mettiamo del 33% come diceva a suo tempo Berlusconi (vi ricordate il diritto naturale a non essere tassati per piú di un terzo del reddito?). Se fosse questo di cui stiamo parlando si chiamerebbe obiezione fiscale. Purtroppo invece, l'evasione é quel fenomeno per il quale molta gente é del tutto ignota al fisco e, ad esempio, per il quale i gioellieri guadagnano meno degli insegnanti elementari ed i rivenditori di Porche meno dei metalmeccanici.

Con ben piú solide ragioni, argomenta oggi Leonardo il perché é ora e tempo di stroncare il nero nella piccola impresa.

[...] Tu sei malata, Piccola Impresa mia. Tu non rubi per dare a me – questo chiamalo se vuoi effetto collaterale – tu rubi perché non sai fare altro. Tu non hai un progetto, un modello di sviluppo. Tu hai solo un’ossessione. Sei cresciuta lavorando e accumulando, e di fronte alle nuove sfide reagisci sempre nel medesimo modo: lavori e accumuli. Ma non vai da nessuna parte.Lascia stare i dottoroni che ti dicono che va tutto bene, che sei forte, sei la spina dorsale del Paese. Cazzate. Li paghi perché ti dicano cazzate. Non è mai esistito un Paese con una spina dorsale fatta di piccole imprese. C’è solo l’Italia e – curiosa coincidenza – non funziona più. Ci sarà un motivo, scusa, se dovunque le imprese crescono, e qui da noi restano Piccole. [...] Perciò, piantala di vantarti per i tuoi difetti. Tu non hai deciso di restare piccola impresa, semplicemente non ce la fai a crescere. Tu non sei più il miracolo italiano. Tu sei la malattia dell’economia italiana, e questa malattia si chiama nanismo. Piantala di tesser lodi dei tuoi piccoli capannoni, dei tuoi piccoli macchinari, dei tuoi piccoli affari. La grande Valpadana, ma va là. Il bosco dei puffi è diventata, la Valpadana. Ti sei scavato una tana e l’hai chiamato modello di sviluppo. Sbagliato. Non era un modello di sviluppo. Era una tana. [...] Tempo una generazione e loro avranno Grandi imprese. Mentre tu resterai Piccola Impresa, perché sei fatta così. Il tuo capannone, la tua piccola produzione, la tua tana. Tuo padre aveva le pezze al culo, tu hai una mercedes, tuo nipote avrà le pezze al culo. A proposito, tuo nipote è mio figlio. Caccia il grano.Tu non hai bisogno di una Tremonti-Tris. Non hai bisogno di un altro piccolo capannone, di un altro piccolo appalto in nero. Tu hai bisogno di scuole serie, scuole buone, per i tuoi nipoti (i figli te li sei bruciati). Ma le scuole italiane fanno schifo, dici. Esatto! Perché mancano i soldi! I soldi che hai rubato in questi anni, Piccola Impresa. La tua mercedes, la tua barchetta – e adesso piangi che non è colpa tua, che la colpa è dei ricchi veri, quelli da yacht. E invece no, Piccola Impresa. La colpa è proprio tua, che in trent’anni di furto alle casse dello Stato non sei riuscito nemmeno a mettere insieme un tre-alberi. Perché evidentemente hai un limite strutturale, una carenza, un gap. Chiamalo come vuoi. Io lo chiamo ignoranza.Come hai detto? Sì, si può curare. Tuo nipote andrà in una scuola migliore.Se cacci il grano.Oppure lascia perdere. Fottitene, continua a evadere. Visco taglierà i fondi alle scuole: avremo classi di trenta monelli e professori esauriti. E tu avrai qualche soldo in più per il tuo nuovo capannone, il tuo ristorante preferito, le tue care vecchie Maldive. Cara Piccola Impresa.

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Se citare diventa reato

Da queste parti non si sono certo risparmiati negli ultimi mesi elogi e compiacimenti per le riforme introdotte prima dal decreto Bersani e poi da alcuni aspetti della finanziaria. Spronare il paese colpendo le sacche di privilegio, i piccoli e grandi monopoli, le ingiustizie fiscali, i guadagni privati fatti sui costi pubblici. Bersani e Visco, i due mastini a difesa di una certa idea del paese... Almeno cosi pensavamo. Non possiamo infatti tacere la delusione per aver visto come tra le strette maglie del duo liberale si é incuneata una lobby, che ha fatto breccia nella finanziaria.

Dallo scorso 3 ottobre in internet non si può più riportare il testo di un qualsiasi articolo tratto da un qualsiasi sito o giornale, pur citando la fonte. Lo dice l'art. 32 del decreto legge n. 262. Per poterlo fare occorre pagare un compenso all'editore. E se non lo si fa le sanzioni sono salatissime. [Giustizia e Libertà 194]

Ma di cosa stiamo parlando? Citando PeaceLink stiamo parlando ad esempio di"un gruppo missionario che raccoglie sul web articoli sulla guerra in Darfur. Un comitato di quartiere che vuole documentare uno scempio ambientale archiviando articoli della stampa locale. Un'associazione di persone colpite da una malattia rara che vuole mettere a disposizione di tutti una rassegna stampa sui progressi scientifici del settore. Un'associazione pacifista che vuole denunciare, con prove giornalistiche alla mano, crimini di guerra e violazioni dei diritti umani. A partire da domani tutti questi soggetti potrebbero essere costretti a pagare una "tassa sul macinato" alle associazioni degli editori per continuare a svolgere le loro attivita'."

Questa operazione, passata sotto silenzio, é ovviamente una marchetta fatta alla lobby degli editori. Con Mediaset/Mondadori, RCS e Repubblica/L'espresso in testa. Non che da queste parti si sia grandissimi esperti di intellectual property ma credo sia difficilmente dimostrabile che queste rassenge stampa, questi usi fair del diritto di autore, condotti anche nel nome del diritto ad informare di cui quegli stessi editori poi si avvalgono, rappresenti un danno economico a queste aziende di alcuna rilevanza o rappresentino un disincentivo all'investimento ed all'innovazione. Come per la storia dei diritti d'autore su Topolino, ancora una volta si piega il diritto di proprietá, che ricordiamolo é un'istituzione economica, non un diritto divino, alle esigenze del piú forte, alla sua capacitá di estrarre ulteriore extraprofitto dalla sua posizione di "monopolista per legge".

Gira un appello online, di cui dubitiamo si troverá traccia nei giornali del mattino o nei TG della sera, ma che forse, attraverso il battage dei blog e dei circuiti alternativi puó fermare questo decreto. Da queste parti lo si appoggia per almeno tre ragioni:
-Perché si é blogger, e capita di usare materiale con copyright, per far circolare idee e stimoli senza scopo di lucro (si chiamava fair use fino al 3 Ottobre, oggi forse si chiama reato)
-Perché per quel poco di economia che si capisce, non vi é nessuna inefficienza economica da chiudere con questo intervento, al contrario se ne allargano diverse (ad esempio i problemi di posizione dominante di alcuni gruppi editoriali)
-Perché se questo governo ha una chance di sopravvivere, é perché é diffusa nel paese uan forte aspettativa di lotta senza quartiere ai privilegi di cui sopra. Ma se ci si ferma davanti ai tassinari, e si arretra di fronte agli editori, non si é più credibili.

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Da Padoa a Vicenza, passando per confindustria

Passi per i tassinari. Lasciamo perdere i banchieri e gli avvocati. L'Italia si sa, é un paese di uomini piccoli tutti dediti ai loro interessi particolari. A volte persino interessi meschini ed inconfessabili. Chissà come mai invece, da queste parti, ci si illude sempre che gli industriali siano fatti di una pasta diversa. I pregiudizi sono davvero duri a morire. Per esempio quando uno dice di essere un industriale, subito si va a pensare al Piemonte di Cavour, alla borghesia illuminata, agli Olivetti, agli industriali del miracolo economico e giú di li... Pregiudizi. Illusioni. Per qualcuno (per quelli delle partite IVA che pensano che solo i fessi non rubano) addirittura illazioni.

Gli industriali di oggi sono di un'altra pasta. Hanno di fronte una finanziaria che li sommerge immeritatamente d'oro. Immeritatamente si! Parliamoci chiaro, che questi re-investano il cuneo fiscale in ricerca e sviluppo é solo una pia speranza. A fronte di questo, la finanziaria dirotta sull'INPS il TFR con tutte le precauzioni del caso (ad esempio vengono dirottati i flussi e non lo stock, ad esempio ci saranno dei mutui agevolati per compensare lo spread del tasso di interesse tra finanziamento esterno ed interno etc.).

Nei conti della manovra il TFR conta un decimo del cuneo fiscale. Basterebbe inoltre ricordare che quei soldi sono degli accantonamenti dei dipendenti e quindi appartengono ai lavoratori per rendere questa operazione giusta. Volendo si potrebbe anche ricordare che spesso le imprese, fallendo, si mangiano anche quei soldi che poi, ai lavoratori, li restituisce comunque l'INPS, distribuendone il costo sugli altri lavoratori, e questo renderebbe l'operazione sacrosanta (vedere l’ultima puntata di Report per conferma). Ma gli industriali non ci stanno. Protestano. Minacciano fuoco e fiamme. E mentre riemergono gli umori confindustriali piú biechi, quelli esplosi a Vicenza per intenderci, questi si lamentano perché Padoa Schioppa é andato ieri a spiegare di persona le sue ragioni agli industriali. E che, agli industriali, questa mattina dalle pagine di Repubblica, manda a dire:

"Al direttivo - chiarisce - ho detto chiaro quello che penso. È ora che le imprese diano un giudizio un po' più equilibrato su quello che la Finanziaria fa a beneficio delle imprese e su quello che fa per il bene del Paese. Capisco l'interesse particolare, ma dagli industriali, che sono attori socialmente responsabili, io mi devo aspettare un respiro diverso, che sappia tener conto dell'interesse generale. Loro, che giustamente hanno sempre sottolineato l'esigenza della stabilità finanziaria, oggi devono dire innanzitutto se il risanamento dei conti si doveva fare o no. Devono dire chiaramente se questa manovra ci rimette o no in linea con gli impegni che abbiamo assunto in Europa. Quando un'organizzazione importante come la Confindustria esprime un giudizio su una legge complessa come la Finanziaria, io mi aspetto questa capacità di discernimento, politico e analitico...".


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Serra, la serra Apple, la Ka'ba e le nostre libertá

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In principio furono i cartoni danesi (per la verità c'é un'intera storia prima di questo punto d'inizio scelto arbitrario, ma ci sia concessa la licenza letteraria). Poi furono altri eventi quali le citazioni di Ratzinger, le auto-censure su Mozart ad opera del teatro di Berlino, poi le scuse preventive di Rasmussen dell'altro giorno per della pubblicità che irrideva Maometto in TV.

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L'apoteosi della prepotenza ed aggressivitá semiotica (e demenza ed ignoranza) di certe frange islamiche l'ho peró letta oggi qui. Qualche fanatico invoca la jihad contro il nuovo Apple store sulla quinta strada a New York. La colpa? quella di essere a forma di cubo e di essere tanto popolare da indurre qualche gionalista a titolare qualcosa del tipo "la nuova mecca della apple". Questa rassomiglianza nella forma alla Ka'ba fa dell'apple store un'affronto al mondo islamico e della Apple una cospiratrice con un segreto "Mecca project". Di piú, sembra che nel sottosuolo dello store, dove si riparano i computer al genius bar, il sacrilegio rasenti la sua vetta con la vendita di alcolici. E si perché secondo questi demenziali jihadisti, ad un bar non si possono che vendere alcolici!

La cosa drammatica é che invece di riderci sopra ed al piú mandare affanculo questi pseudo icono-ignora-clasti, c'é chi perde anche del tempo a spiegare, a scusarsi e a premettere che spiegando non si intende offendere nessuno.

Ieri, su Repubblica, Michele Serra ha espresso bene il sentimento che da queste parti impera:

È veramente penoso che ad ogni articolo o vignetta o filmato ostili all'Islam i governi europei si sentano in dovere di scusarsi, specificando che questi attacchi "non esprimono l'opinione del nostro Paese sull'Islam". L'ultimo episodio è avvenuto in Danimarca, dove una tivù privata ha messo in onda una cosetta del locale partito fascista contro Maometto. Nell'etere, su internet e sui giornali, come è noto, circolano bassezze di ogni risma, in genere anti-umane ben prima che anti islamiche o anti cristiane o quant'altro: nessun governo democratico è in grado di controllarle né si sogna di farlo, perché dunque porgere all'Islam e solo all'Islam frettolose e pompose scuse? Sì, lo so, è per paura di ritorsioni, attentati, assassinii. Ma poiché, in linea di principio, qui in Europa nessuna comunità ha il diritto di condizionare la libertà di espressione (se non ricorrendo ai tribunali in caso di diffamazione o incitamento all'odio razziale), riconoscere "all'Islam" (e quale, poi?) questo diritto di veto politico è un errore micidiale. Ogni musulmano intelligente e civile sa benissimo come funzionano le cose in democrazia. I governi che si scusano, dunque, lo fanno a vantaggio di una minoranza di fanatici, riconoscendoli, di fatto, come interlocutori. Meglio sarebbe piantarla di scusarsi, e ripetere una volta per tutte, piuttosto, che la libertà di espressione, qui da noi, è un diritto così forte e riconosciuto che una parola greve non può certo metterla in discussione

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A coloro che verranno (al dottorato)

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Con il mese prossimo finisce la mia borsa di dottorato. Per tre anni lo stato italiano mi ha passato qualche euro al mese con cui mi sono mantenuto dignitosamete. Erano troppi? erano pochi? mah.. la cifra é nota. 800 euro e qualche spicciolo al mese. Tutto sommato nemmeno scandalosamente bassa. Il problema della carriera accademica italiana non é che si parte da un livello basso. É piuttosto che non ci sono speranze di arrivare ad un livello molto alto. Insomma, forse sono piú gli 800 euro al mese per un dottorando nei suoi vent'anni spensierati che i 1700 euro di un associato nei suoi tardi trenta o quaranta con moglie e figli a carico.

Comunque, per i temerari giovani che si vogliono dedicare alla ricerca, riporto qui sotto il testo di un email girata sul forum dell'associazione dottorandi italiana.

[...] vi propongo un quadro sintetico di come è cambiata la cifra che finisce in tasca agli studenti di oggi. Lascio agli interessati le considerazioni sulle possibili azioni.

1) L'AUMENTO Grazie anche all'attività dell'ADI, nel 1998 la borsa di dottorato era stata aumentata in base al d.m. 11 settembre 1998 (Incremento dell'importo delle borse di dottorato di ricerca)

Art. 1 - L'importo delle borse per la frequenza ai corsi di dottorato di ricerca, è incrementato, per il 1998 del 23,08%; per il 1999 del 24,38%; per il 2000 del 2,76%. Pertanto, l'importo attualmente fissato in L.13.000.000 annui, viene determinato in L.16.000.000 per il 1998, in L.19.900.000 per il 1999 e in L.20.450.000 a decorrere dal 2000.

Art. 2 - Dal 1° gennaio 1999, le borse di studio in parola, sono assoggettate al versamento del contributo INPS a gestione separata, previsto dall'art.2 comma 26, primo periodo, della legge 335/95, così come modificato dall'art.59, comma 16, della legge 449/97, nella misura, per il 1999, dell'8% a carico dell'amministrazione e del 4% a carico del soggetto beneficiario e, a decorrere dal 2000, rispettivamente nella misura dell'8,3% e del 4,2%.

Valori 2000 (in euro)
borsa lorda: 880.13 euro
borsa netta: 843.16 euro (al netto del 4.2% per la gestione separata INPS)

2) LA GESTIONE SEPARATA INPS Dopo la sua introduzione, negli anni il contributo previdenziale è cresciuto (e questo in un certo senso è favorevole al dottorando perché così mette da parte qualche soldo per la pensione, se mai potrà servire). Sul sito dell'INPS si trova l'aumento: "dal 1° gennaio 2006, per coloro che non sono iscritti ad altra forma di previdenza obbligatoria, il contributo è pari al 18,20%, fino ad un reddito annuo di 39.297,00 euro..." Il contributo a carico del dottorando è 1/3: 6.07% (a fronte del 4.2% del 2000).

Quindi, malgrado la borsa lorda non sia cambiata dal 2000, l'importo netto che arriva in tasca al dottorando è diminuito: 826.73 euro (-16.43 euro)

3) LA SVALUTAZIONE. Esiste però l'inflazione e bisogna quindi considerare il valore attualizzato. L'ISTAT fornisce i coefficienti per aggiornare i valori al 2005
Anni Coefficienti
2000 1.1178
2001 1.0886
2 1.0628
3 1.0373
4 1.017
5 1

L'importo netto della borsa del 2000 (843.16 euro) corrisponde nel 2005 a 942.49 euro.

Complessivamente, oltre a una diminuzione dell'importo netto dovuta all'aumento del contributo previdenziale, se si riporta il valore del 2000 ad oggi (in realtà al 2005) si trova che la differenza è -115.75 euro! Insomma i dottorandi nel 2000 erano più ricchi di quelli odierni di circa il 12%.

L'ADI sta provando a portare avanti una campagna per l'aumento a 1000 euro per tutti a livello nazionale.

D'altra parte, come tutti sappiamo Trento è un'isola felice... pensate che in alcuni casi l'incremento della borsa viene proposto dall'alto! (o esiste già da anni come nel caso di ICT)

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Think different



Una pubblicità che ha fatto storia... Con la voce di Dario Fo

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Ancora sul decreto Bersani

200610_P09-11
Con un po' di ritardo, ecco il mio piccolo contributo divulgativo sul decreto Bersani. Uscito sul numero di Ottobre di Cooperazione tra Consumatori. Per motivi di spazio sono saltati due paragrafi a cui tenevo, che riporto qui:

Le proteste dell'estate Ricordiamo tutti le proteste delle categorie toccate: città bloccate dai taxisti furiosi e gli avvocati in sciopero per settimane. Molte di queste categorie hanno seriamente visto avvicinarsi la fine delle loro piccole rendite di posizione. Le reazioni sono state quindi fisiologiche. Ridicole a tratti, soprattutto quando alcune di queste categorie hanno avuto l'ardire di provare a convincerci che la loro battaglia era anche a favore dei consumatori. Cosi abbiamo visto i farmacisti seriamente preoccupati perché non sappiamo quando prendere l'aspirina, e gli avvocati dispiaciuti perché, a causa della abolizione della tariffa minima, corriamo il rischio di finire in mano a qualche collega incompetente (che molto probabilmente già esercita peraltro). La realtà è che l'avvocato era allettato dalla prospettiva di pagare di meno il taxi, ed il taxista pensava già alla prossima auto da cambiare senza dover passare dal notaio, che preoccupato da questo mancato giro di affari già pensava alla scorta di analgesici da fare alla coop per farsi passare il mal di testa. Insomma, ognuno ha la propria professione con cui guadagnare, ma infine siamo tutti consumatori quando è ora di spendere. Superati gli aggiustamenti inevitabili per le categorie che perdono qualche privilegio, ci avremo insomma guadagnato un po' tutti.
Liberalizzare e consumare: dove è finito lo spirito cooperativo? Al lettore che è arrivato sino a questo punto sarà forse sembrato che l'attenzione dell'autore sia concentrata sulle parole d'ordine del consumare e del liberalizzare. Ma non sono queste parole aliene ai valori del mondo cooperativo, ci si potrebbe chiedere? Il sottoscritto non le avverte affatto in questo modo. Consumare non è consumismo, ma piuttosto un'attività che volenti o nolenti compiamo quotidianamente e quindi qui proviamo a farlo in maniera critica. E liberalizzazioni non significano liberismo o capitalismo selvaggio ma piuttosto ricreare le condizioni di uno scambio equo dove la qualità del lavoro dei produttori si misura efficacemente con le esigenze ed i gusti dei consumatori. L'economia di mercato deve essere economia civile (vedi cooperazione del giugno 2004) dove anche individui non interessati al profitto ma piuttosto al benessere di chi li circonda possono organizzarsi e competere per offrire beni e servizi ai consumatori attraverso le forme della cooperazione di cui anche noi facciamo parte. Torniamo ancora una volta ai farmaci da banco. Il mondo cooperativo ha combattuto per una liberalizzazione delle vendite. In questo modo ora potremo acquistare medicinali di uso comune a prezzi inferiori e con il tempo forse, anche nelle piccole famiglie cooperative dei paesi dove i medicinali altrimenti non possono arrivare. Per fare questo si è intaccato un privilegio ormai ingiustificato dei farmacisti che sino ad oggi erano gli unici a poter vendere questi prodotti. Si potrebbe obiettare che abbassando i prezzi si induce un consumo maggiore, forse anche l'abuso, dei farmaci, con tanti saluti ai principi del consumo critico e agli auspici di riduzione dei consumi. Ma non è questo il punto. Se si ritiene che si consumino troppi medicinali a causa dei prezzi bassi, li si tassi. Con queste risorse si paghino ad esempio il sistema sanitario nazionale oppure i farmaci per gli anziani. Fino a prova contraria restiamo convinti che i farmaci costosi servano soprattutto ad arricchire i farmacisti, e non certo ad impedire l'abuso dell'aspirina.

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SUVvia, si puó fare di meglio



Con la presentazione della finanziaria si é alzato un grosso polverone circa il superbollo per i SUV. Qui Suzukimaruti fa la cronistoria della disinformatia. Quando il polverone si é posato, si é piú o meno capito di cosa si tratta: il bollo auto viene maggiorato per autovetture e autoveicoli per trasporto promiscuo di peso complessivo superiore a 2600 kg, con esclusione di quelli aventi un numero di posti uguale o maggiore a 8. (pg 62 della finanziaria).

Insomma pagano le auto che pesano molto, quindi non solo le grosse SUV tipo l'Hummer, ma anche le grosse berline di prestigio tipo la Rolls Royce. Suzukimaruti si é guardato quattroruote e le ha contate. Le auto che pagheranno il superbollo sono davvero poche alla fine. Insomma si e no 5000 persone in tutta Italia.

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La Fiction di Falcone ed il Reality della Sicilia



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Ieri sera andava in onda la seconda puntata della fiction su Falcone. Io e Lucia abbiamo provato a guardarla ma abbiamo girato dopo pochi minuti per il disagio. Il film é di buona fattura. Ma non é artistico il motivo del rigetto. Piuttosto una rabbia sorda e montante nel vedere un paese infingardo che celebra due eroi che non gli appartengono e di cui non é degno. Forse é la TV, alla quale ormai associo solo panzane e reality che non é degna di celebrare. O forse é l'ipocrisia di un paese che celebra la fiction della lotta alla mafia in TV ma non la conduce nel reality della Sicilia.

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Quasi quasi questa bella ragazza mi ha convinto a fare un MBA

Che ne dite? a me sembra convincente.... La ragazza mora sulla sinistra intendo....

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La matematica dell'opinione vaga o la vaga opinione della matematica?

Vabbeh che é lunedi mattina. Passi che la matematica potrebbe anche essere un opinione. A Repubblica poi sono disposto a concedere qualche leggerezza. E poi chi l'ha detto che "una testa" debba per forza corrispondere ad "un voto". Se Repubblica accorda al mio voto un peso molto maggiore di uno io non posso che non trovarmi d'accordo! Fatto sta che questa mattina ho partecipato a questo sondaggio ed incredibilmente veniva riportata l'opinione del 115% dei 60 votanti che avevano espresso la loro opinione!

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E se Rossi si divertisse di piú in Ferrari?

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É la seconda domenica che la mattina mi strappa al mio sonno troppo presto. O quantomeno troppo presto per alzarmi. E quindi per due domeniche di fila ho guardato il granpremio mattutino. La scorsa settimana il motomondiale e questa mattina la formula uno. Quando ho smesso di seguire le corse (deve essere stato qualche anno fa, quando l'interesse é piano piano morto) mi ero accomiatato dal mondo della velocitá avendo saldamente concluso che le corse in moto fossero dannatamente avvincenti e le corse in auto una noia mortale. Bene. La settimana scorsa mi sono annoiato a morte (e riaddormentato) nel guardare Capirossi (ma ha vinto lui? e chi se lo ricorda?) davanti a tutti senza nemmeno un sorpasso. Questa mattina invece, assieme, alla pioggia, a Shangai scorreva l'adrenalina nel vedere la ferrari del tedesco prima perdere poi rimontare e sorpassare lo spagnolo per poi farsi quasi riprendere nel finale. Chi lo avrebbe detto? Forse Valentino Rossi, che non vuole passare in formula uno perché troppo noiosa, dovrebbe ricredersi?

Comunque due rosse italiane davanti a tutti. In Cina come in Giappone. Questo si, da una certa soddisfazione...

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Perché gli avvocati si ed i piloti no?

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Di tutte le argomentazioni a difesa degli ordini (avvanzate solitamente ed unicamente dagli insider) solo una mi ha spesso messo in difficoltá. Quella che per la delicatezza della prestazone domandata, ci fosse bisogno di un controllo sulla qualitá offerta. L'argomento é del tutto comprensibile per i medici. Visto che si tratta di vita o di morte, sacrificare un po' di efficienza allocativa alla nostra avversione al rischio di morire sembra assolutamente giustificato. Seguendo lo stesso argomento, non si capisce la necessitá di un ordine per i commercialisti: quale potrebbe essere infatti il rischio di una scarsa preparazione di qualche commercialista? Una sanzione fiscale? Niente di irreversibile, o quantomeno di non-assicurabile e quindi niente che il mercato non possa selezionare da solo.

Tra medici e commercialisti ci stanno gli avvocati. L'argomento portato a difesa dell'ordine suona cosi: Dal momento che nessuno vuole correre il rischio di finire in galera a causa di un cattivo avvocato, é necessario un ordine che selezioni ex-ante i buoni avvocati. Prima obiezione: seguendo questa logica potremmo limitare l'ordine solo agli avvocati che si occupano strettamente di diritto penale (e magari solo di quei reati penali per cui si rischia davvero la galera). Per gli altri, libera concorrenza e selezione reputazionale oppure tramite strutture gerarchiche da parte di aziende di servizi legali. Seconda obiezione: se é l'alto rischio a cui si espone il cliente la variabile rilevante (alto rischio dovuto anche ad ua bassa frequenza ma ad un'alto danno atteso) mi si deve spiegare perché molte professioni con le stesse caratteristiche funzionano benissimo senza l'esistenza di un ordine. Pensiamo ai piloti di aerei. o i macchinisti dei treni. Responsabilitá elevatissime. Necessitá di poter grantire il 100% dell'affidabilitá perché una sola leggerezza puó essere catastrofica. Ma non hanno un ordine. Per la veritá qualche cosa in comune con gli avvocati ce l'hanno. Sono molto organizzati nel rivendicare qualche privilegio, anche se nel caso di piloti e macchinisti l'organizzazione non si chiama ordine ma sindacato. E forse hanno meno successo nel difendere questi privilegi, perché l'accesso alla professione (tramite il conseguimento ad esempio di una patente, ed un tirocinio) non dipende dall'apertura e magnanimitá degli stessi ma piuttosto a delle scuole abilitate e ai dipartimenti risorse umane delle aziende di cui anche piloti e macchinisti sono dipendenti.

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