Il PD e lo sciopero virtuale

La politica latita ormai su questo blog. Sono in effetti politicamente (ma solo politcamente) depresso ed a tratti (ma sono davvero brevi) colpevolmente filo-governativo. Quindi tra l’imbarazzo e l’apatia semplicemente mi limito a non scrivere di politica.

Però oggi ho letto una piccola buona notizia per il PD e mi va di riportarla. Sembra che presenteranno un disegno di legge sullo sciopero virtuale di cui abbiamo parlato qui e qui. Ora, questa è una notizia minore. Un disegno di legge dell’opposizione è poca cosa, con poche possibilità di passare, e qualora passasse, il merito forse se lo prenderebbe la maggioranza.

Ma non importa. In tempi in cui il PD organizza manifestazioni di cui si è perso da mesi il senso (tanto che qualcuno è arrivato a dire che la manifestazione sarà a sostegno del governo) oppure conferenze economiche dal titolo puerile (e contenuto assente), mi sembra un’ottima notizia che vi sia qualcuno nel partito che fa riformismo vero: quel lavoro oscuro e solo raramente generoso che si va nelle aule parlamentari prima che nelle piazze o davanti ai TG. Il disegno di legge peraltro è di Pietro Ichino: in questo momento la mente più lucida ed innovativa del partito. E pensare che non lo hanno nemmeno fatto ministro ombra. Ma lasciamo perdere...
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Non mi basta essere contro la Gelmini



Una università più meritocratica

La recente approvazione della legge n.133, 6 Agosto 2008, ha riportato l'attenzione del Paese sullo stato dell'Università. Da molti anni esiste un consenso internazionale sul fatto che l'Università italiana soffra di vari e gravi mali che ne impediscono un corretto funzionamento. Le insufficienze sono forse più platealmente evidenti nel campo della ricerca, ma anche sul versante della didattica vi sono evidenti problemi riguardo al numero di fuoricorso, al ridotto numero di laureati rispetto agli iscritti, all'inadeguatezza della formazione universitaria per il mercato del lavoro. In ambito internazionale esiste anche un diffuso consenso secondo cui gran parte di questi mali troverebbe soluzione se si adottasse un sistema di merito che premi le università virtuose ed emargini quelle mediocri. Qualifichiamo come "internazionale" la natura del consenso perché fuori d'Italia nessuno dubita che tale sia il problema, mentre all'interno del Paese, ed all'interno del mondo universitario italiano, ancora poche sono le voci francamente critiche, mentre ancora troppi sono coloro che sostengono che tutto va bene o che i pochi problemi derivano soltanto da scarsità di risorse. Negli ultimi quattro mesi ci hanno rinfrancato le frequenti dichiarazioni in cui il ministro Gelmini affermava di essere consapevole dell'importanza di una riforma meritocratica del settore.

Il contenuto effettivo della legge 133, per la parte che attiene al settore universitario, ci ha purtroppo delusi. Nonostante le buone intenzioni, trattasi di un'occasione perduta che, di fatto, potrebbe danneggiare ulteriormente il sistema universitario. Nella parte che qui interessa, la legge 133 prevede: (1) la limitazione del turnover al 20% dei pensionamenti, con proporzionale riduzione del finanziamento ordinario; (2) la possibilità per le università di trasformarsi in fondazioni senza scopo di lucro per raccogliere finanziamenti e donazioni dei privati.

Non discutiamo qui se sia appropriato, da un punto di vista macroeconomico e di politica di bilancio, ridurre i fondi destinati all'università e alla ricerca per sé, ma dubitiamo fortemente che si tratti di una buona idea. Assumiamo, quindi, la necessità di tagliare i fondi universitari purché questo sia fatto razionalmente, nell'interesse del Paese. La creazione di fondazioni è invece un'operazione che trova il nostro consenso in quanto permetterebbe alle università italiane di raggiungere quell'autonomia patrimoniale, operativa e didattica che tanto loro manca e che è il presupposto necessario alla valutazione dei risultati in sede di assegnazione di risorse pubbliche. Ma queste riforme vanno fatte bene, la qual cosa questa legge non fa.

Non lo fa perché il potenziale meritocratico insito nella trasformazione in fondazioni viene fortemente ridotto, se non totalmente eliminato, laddove la legge 133 (art. 16, comma 9) indica che i fondi pubblici verranno utilizzati per "perequare" (ossia, bilanciare) i fondi privati: ai più meritevoli, in grado di raccogliere finanziamenti privati, arriveranno meno finanziamenti pubblici che fluiranno quindi, in maggiore quantità, ai meno meritevoli. Questo è l'opposto della meritocrazia tante volte invocata: in molti Paesi vige il principio esattamente opposto al comma 9, in base al quale lo Stato premia le università in proporzione ai fondi privati da esse raccolti, anziché punirle, fornendo oltre al finanziamento ordinario specifici fondi aggiuntivi (matching grants, con espressione inglese). In questo modo lo Stato concorrerebbe a premiare i meritevoli e punire i fannulloni, come contiamo il ministro Gelmini e l'intero Governo intendano fare. Consigliamo pertanto di eliminare l'anti-meritocratico criterio "perequativo" dal testo di legge e dalle finalità del finanziamento pubblico per l'università e di adottare il sistema dei matching grants.

Ulteriori passi avanti si potrebbero compiere ampliando sia l'autonomia gestionale che le responsabilità degli atenei, una volta costituiti in fondazioni: (1) commisurando i finanziamenti statali alla produzione scientifica e ai risultati didattici in termini di numero e qualità dei laureati; (2) consentendo agli atenei maggiore autonomia contrattuale in materia di reclutamento dei docenti in modo tale da accedere al mercato del lavoro accademico internazionale mediante rapporti di tipo privatistico; (3) concedendo l'opportunità di fissare le tasse di iscrizione anche oltre l'attuale limite del 20% sul totale dei fondi spesi.

I tagli al finanziamento dell'Università potrebbero diventare, nonostante la scarsa lungimiranza che li sottende, uno strumento per introdurre la meritocrazia: basta farli adeguatamente. Chiediamo, dunque, che i tagli di spesa siano accompagnati ora e subito da una seria riforma meritocratica. Chiediamo che le università italiane, i dipartimenti, i docenti e i ricercatori possano ricevere fondi dallo Stato solo a fronte di una periodica, imparziale e trasparente valutazione effettuata dalla comunità scientifica internazionale, come già accade nel resto delle istituzioni accademiche del mondo avanzato. In Italia, è necessario compiere tale esame in maniera generalizzata. Sulla base dei risultati si potranno poi allocare in modo equamente meritocratico i tagli desiderati, oltre che i premi di ricerca.

In particolare, è opinione comune tra politici e commentatori che in mezzo ad un malcostume dilagante di nepotismi ed incompetenze, l'università italiana conosca ancora alcuni focolai di eccellenza che ne tengono alto il nome nel mondo con ricerche all'avanguardia ed altrettanto notevole insegnamento. Tali focolai d'eccellenza vanno alimentati e premiati. Chiediamo quindi che queste realtà vengano chiaramente identificate dalla comunità scientifica internazionale con i criteri obiettivi e trasparenti del peer reviewing condotto da scienziati esterni al sistema italiano.

L'attuale riforma punisce senza distinzioni tutto il mondo accademico italiano, e questo non è né utile né saggio!, aggravando situazioni già compromesse e penalizzando i ricercatori seriamente motivati. Nessun criterio meritocratico viene introdotto, nessun trasferimento di risorse da chi non fa a chi fa viene attuato o anche solo incentivato. La legge 133 prescrive di qui al 2013 una riduzione del 13% del finanziamento ordinario all'università senza però intervenire al suo interno e prefigurando quindi un sistema identico al precedente, con tutti i suoi difetti e le sue distorsioni, solo rimpicciolito. Dubitiamo che questo possa essere utile al Paese. Anche se fosse vero che l'unico obiettivo consiste nel risparmiare (e ci auguriamo che non lo sia, perché ne va del futuro del Paese), allora si risparmi tagliando impietosamente laddove non si insegna, non si fa ricerca, non si produce cultura, innovazione ed educazione di qualità, lasciando che le risorse fluiscano laddove si fa l'opposto. Anzi, si creino le condizioni legislative e gli incentivi materiali perché le risorse, siano esse private o pubbliche, se ne vadano da laddove sono male utilizzate e si dirigano laddove possono essere meglio utilizzate. Questa è la meritocrazia, quando funziona e quando la si vuol fare funzionare. Chiediamo al ministro Gelmini di far seguire i fatti alle dichiarazioni in favore della meritocrazia da ella frequentemente rilasciate. Ora è il momento, ora si può fare, basta averne la volontà politica.

E’ con convinzione che abbiamo firmato quest’altro appello e che invitiamo gli sparuti frequentatori di questo blog a fare altrettanto mandando una email a questo indirizzo email ed indicando nel testo: nome e cognome, posizione ricoperta, dipartimento e universita' o istituto di ricerca
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Vocazione

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Ho deciso di farmi del male. Ieri sono passato in libreria e mi sono preso questi due libri qui sopra. Siccome tra un paio di settimane mi finisce l’assegno di ricerca, e siccome non ho padri, zii e cugini importanti in qualche facoltà italiana, la faccenda si mette male. Se alla fine della lettura ho ancora voglia di fare questo mestiere, forse significa che é davvero vocazione. Ma poi non é detto che basti neppure questa...

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per mia vanità

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Dunque é successo questo: all’EALE della settimana scorsa é arrivato il premio Nobel 2005 Robert Aumann che ha tenuto una lecture su Israel's Judicial System in Light of Game Theory. E’ capitato che durante la lecture egli abbia accennato ad uno ed uno solo paper presentato alla conferenza: quello del sottoscritto (e di Nuno). Egli sostiene che il compito dell’economista nell’analisi economica del diritto é quello di mostrare al giurista gli effetti, a volte controintuitivi, delle norme e del loro cambiamento. Ed a riprova di questo, Aumann suggeriva al numeroso ed attento uditorio di andare ad ascoltare il paper che sarebbe stato presentato l’indomani ad opera di Mister Rissssoullli. E poi qualche battuta di commento rivolta al sottoscritto, a quel punto visibilmente imbarazzato e compiaciuto.

E sono soddisfazioni queste...

In uno scambio di email avvenuto successivamente (fatto per accertarmi che oltre alla simpatica menzione egli non avesse anche qualche commento più sostanzioso da volgermi) Aumann mi ha confermato quanto sospettavo: che si, il titolo del mio paper gli era sembrato molto accattivante ed in linea con quanto egli voleva dire ma che no, molto probabilmente egli non era andato oltre la lettura del titolo e forse dell’abstract. Pazienza. in tanto io almeno ho fatto un titolo che é piaciuto ad un premio Nobel. E scusate se é poco... Happy

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Sole, sole e ancora sole

15_Euromediterraneo
No, non è un grido nostalgico di saluto all’estate, ma il sunto di due miei pezzi apparsi sull’ultimo numero di cooperazone tra consumatori. Nel primo racconto un idea ambiziosa, ma non peregrina, che potrebbe portare l’Europa ed i suoi vicini che si affacciano sul mediterraneo all’indipendenza energetica dal petrolio ed alla sostenibilità in relativamente pochi anni. Ne avevamo gia parlato qui ma ora approfondiamo l’argomento come merita. Nel secondo pezzo intervisto l’ingenger Coser ed il sindaco Cirasi. Sono i due nomi che stanno dietro ad un impianto fotovoltaico tra i più grandi d’italia, e certamente quello installato alla quota più alta. Dove? A Carano, in val di Fiemme. Tra boschi di larici, e piste da sci, villaggi da cartolina e solide radici nel territorio, questa piccola comunità di montagna ha scommesso sul proprio futuro sostenibile e si è dotata di un impianto che funziona molto bene, che da lustro al paese e persino un tocco avveniristico al paesaggio.



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