Il merimito
In effetti io uno l’ho trovato. E da quando -da più di un anno- ho avuto modo di entrare nel merito del merito attraverso le chiaccherate ed i seminari con il prof, in effetti qualche dubbio mi è venuto. Forse il merito merita qualche approfondimento. Questo post fiorisce su un post precedente pubblicato sul blog di Econometica.
Il concetto va approfondito in almeno due direzioni. Innazitutto bisogna capire quali meriti premia il criterio meritocratico. Cito Sacconi: Di cosa ha merito chi è meritevole? Come si misura il merito? L’aver ottenuto un risultato implica avere il merito per quel risultato? Chi ha avuto successo è perciò stesso meritevole?
In effetti, se il merito premia un vantaggio biologico, un accidente del destino, o premia ex-post il consolidarsi dello status-quo (come la storia, anche il merito può essere determinato dai vincitori) esso perde, per chi si sente di sinistra, il suo fascino ideale e le sue implicazioni politiche. Anzi: la sua rilevanza politica viene paradossalmente capovolta. E, da concetto di sinistra, -Sacconi questo sostiene- il merito finisce per essere un concetto di destra.
In fondo non è una considerazione che dovrebbe sorprenderci. Se le parole hanno ancora senso, la stessa meritocrazia (governo dei meritevoli) è come tale vicina all’aristocrazia (governo dei migliori, secondo qualche criterio) ed alquanto distante dalla democrazia (governo del popolo, inclusi quindi i senza-merito). Intendiamoci, non è scritto da nessuna parte che bisogna essere per forza democratici, ma per limpidezza intellettuale sarebbe quantomeno necessario qualificare come si possa essere allo stesso tempo democratici e meritocratici.
Possiamo magari restringere artificialmente il concetto di merito ad un significato che, politicamente, sia più affine ai valori della sinistra. Il merito come misura dello sforzo; dell’intensità dell’impegno profuso; della coerenza e responsabilità verso gli impegni presi. Se questo è il merito però, significa che, paradossalmente, le persone molto dotate naturalmente e perciò stesso non bisognose di operare grandi sforzi per ottenere quello che si prefiggono, vadano penalizzate rispetto ad individui poco dotati ma che dimostrino grande determinazione. Come le insegnanti dei telefilm, rimproveriamo quello che “non è stupido, è che non si applica”. Ma tra il “non-stupido che si applica senza sforzo” e lo “stupido che si applica con grande sforzo”, dobbiamo preferire il secondo al primo. Siamo sicuri che tutti i meritocratici di sinistra sottoscrivano questo?
Infine arriviamo ai paradossi del merito, cosi come li descrive Sacconi:
-Dobbiamo premiare quelli che pubblicano su certe riviste? Di certo chi pubblica su quelle riviste soddisfa gli standard di merito di chi valuta, ma potremmo scoprire che di fatto solo quelli che appartengono a un certo network (di istituzioni ) pubblichino su quelle riviste, poiché l’appartenenza alle istituzioni è vista come garanzia (approssimata) del merito in mancanza di migliori informazioni. Il risultato è che le opportunità non sono uguali , e anche gruppi meritocratici possono esercitare decisioni discriminatorie.
-In un’ azienda dobbiamo premiare in base al merito? Ma se la produttività è congiunta come facciamo? Posto che il valore degli investimenti sia coperto, probabilmente il premio va in parti uguali. Il meritocratico inorridisce.
-Dobbiamo detassare la parte base del salario , garantita dal contratto nazionale, o quella variabile (premi ecc)? Se il salario di cittadinanza è quello al quale tutti hanno diritto, perché assicura la dotazione necessaria per essere attivi e un minimo indipendenti nel mondo del lavoro, non dovrebbe essere gravato da forte tassazione; mentre quello basato sul contributo individuale dovrebbe essere tassato in modo che ciascuno contribuisca a sostenere i beni pubblici in base alle sue capacità. Ma i meritocratici invece vorrebbero detassare la parte variabile.
-Se esiste asimmetria informativa, per incentivare il lavoratore a non dormire io darò di più a chi ottiene un risultato migliore. Ma potrebbe non avere nessun merito sul risultato (il risultato potrebbe essere determinato da fattori casuali esterni) . Per incentivare, non premio il merito ma la fortuna (in certi casi).
Food for thought. E’ giunto il tempo di demitizzare il merito. Ma non allo scopo di abbandonarne l’applicazione (mai peraltro introdotta in molti ambiti qui da noi) quanto piuttosto di definire i contorni della sua applicazione. Credo che in certi ambiti -vedi l’università- sia più importante tenersi stretti il meccanismo di selezione meritocratico anche se questo significa rinunciare a quello democratico. Il realizzare che esiste un certo grado di incompatibilità tra i due conduce forse a fare scelte più consapevoli.
Ma lo squatting è di sinistra?
Ci si ritrova a
commentare l'ennesima singolare sentenza della
Cassazione. E quando si dice singolare, si usa
ovviamente un'eufemismo.
Ovviamente ci sono una serie di argomenti ai quali
qualsiasi economista potrebbe inchiodare questa
bizzarria. Sarebbe una critica se volete da destra,
ma va comunque brevemente fatta.
-La non punizione dell'occupazione abusiva
equivale al riconoscimento del diritto
di squatting. Con tanti
saluti al diritto di proprietà. Questo ovviamente
mina la sicurezza degli scambi economici,
l'incentivo a lavorare sodo e ad investire una
vita per costruire qualcosa (tanto te lo possono
portare via gli squatters).
-Ovviamente l'insicurezza di questo diritto ha
effetti devastanti sul mercato degli
affitti -a danno insomma di quei deficienti
che ancora l'affitto lo pagano- in quanto i
proprietari impauriti dal rischio squatters
esigeranno premi rischio più alti ed, al margine,
metteranno meno case sul mercato.
Ma questa se volete è una critica da destra. Una
critica che, naturalmente, la destra italiana ha
fatto a questa sentenza. Leggo però che la sinistra
italiana (facile immaginare quale, ma Repubblica ci viene in contro e fa
tre nomi: Ferrero, Caruso e Cento. Tanto per non
sbagliarsi!) addirittura parla di sentenza di
civilità. E' d'obbligo quindi una sacrosanta
critica da sinistra.
Ma alla persona che aspettava l'assegnazione
dell'alloggio popolare abusivamente occupato,
ci ha pensato qualcuno? Perchè se
questa persona aveva guadagnato il diritto
all'assegnazione dell'alloggio popolare legalmente, o
pensiamo che l'agenzia che assegna le case sia una
mafia, oppure dobbiamo per forza concludere che anche
questa persona sia un'indigente. A questa
persona, Ferrero, Caruso e Cento, hanno per caso
qualcosa da dire? Vogliono spiegare loro a
questa persona che in questo paese governato dalla
sinistra la civilità dell'illegalità e della
violenza dell'occupazione abusiva deve avere ragione
della mitezza e della fiducia di chi segue le regole?
Ma è veramente questo che la sinistra
italiana si ritrova oggi a difendere? Il
soppruso e l'illegalità? la furbizia e l'arroganza?
il (presunto ma non necessariamente)
povero che rubal al (vero e
legalmente riconosciuto) povero?
Scusate, ma se questa è la sinistra, io do ragione ad
Alesina-Giavazzi e dico che il liberismo (che difende
il diritto di proprietà ed il primato della legge) è
di sinistra e la sinistra è ahime diventata
nel frattempo un po' fascista.
PS. Onde prevenire una facile critica di appendice,
meglio precisare che non ci siamo nel frattempo
dimenticati della madre disoccupata oggetto della
sentenza. Certamente una sinistra presentabile
vorrebbe che lo stato sociale si facesse carico anche
del suo problema. Ad esempio sovvenzionando un
affitto per un certo periodo ed agevolando la sua
scalata (legale) nella graduatoria delle assegnazioni
(legali) di case popolari.
Noi, clintonianamente, vorremmo che un
governo di centrosinistra creasse le strutture
necessarie ad accogliere il figlio in un nido e
lasciasse alla madre il tempo per lavorare e
conquistare con le sue forze la capacità di pagarsi
una casa.
Uno stato attento ai più deboli ha molti modi per
prendersi cura degli ultimi. Il
riconoscimento del diritto di squatting non rientra
tra questi.


