per mia vanità
Dunque é successo questo: all’EALE della settimana scorsa é arrivato il premio Nobel 2005 Robert Aumann che ha tenuto una lecture su Israel's Judicial System in Light of Game Theory. E’ capitato che durante la lecture egli abbia accennato ad uno ed uno solo paper presentato alla conferenza: quello del sottoscritto (e di Nuno). Egli sostiene che il compito dell’economista nell’analisi economica del diritto é quello di mostrare al giurista gli effetti, a volte controintuitivi, delle norme e del loro cambiamento. Ed a riprova di questo, Aumann suggeriva al numeroso ed attento uditorio di andare ad ascoltare il paper che sarebbe stato presentato l’indomani ad opera di Mister Rissssoullli. E poi qualche battuta di commento rivolta al sottoscritto, a quel punto visibilmente imbarazzato e compiaciuto.
E sono soddisfazioni queste...
In uno scambio di email avvenuto successivamente (fatto per accertarmi che oltre alla simpatica menzione egli non avesse anche qualche commento più sostanzioso da volgermi) Aumann mi ha confermato quanto sospettavo: che si, il titolo del mio paper gli era sembrato molto accattivante ed in linea con quanto egli voleva dire ma che no, molto probabilmente egli non era andato oltre la lettura del titolo e forse dell’abstract. Pazienza. in tanto io almeno ho fatto un titolo che é piaciuto ad un premio Nobel. E scusate se é poco...
La lotteria degli esami
Riprendendo un nostro vecchio
post, lo abbiamo, assieme a Paolo ed Andrea
ampliato e concesso una più nobile dimora su
Lavoce.info.
MR intervista Dr MR
Ti riferisci alla discussione? E' andata bene! I commissari si erano letti le tesi, quindi è stata una discussione nel merito degli argomenti, con atteggiamento critico -da parte loro- ma costruttivo che ho sinceramente apprezzato. Davvero un bel modo di finire un lungo percorso.... A proposito, buona parte della mia tesi è, nelle sue componenti, sulla mia pagina di ssrn.
Dunque ora sei?
Beh... ora per la Repubblica Italiana sono dottore di ricerca in diritto ed economia. Se lo dici in inglese in effetti fa più figo: PhD in Law and Economics.
Devi cambiare i biglietti da visita?
Eh... ad averli quelli... Per ora aggiorno solo il CV. E poi finalmente non avrò imbarazzi nel compilare i form online sul titolo: d’ora in avanti sono a tutti gli effetti “Dr Rizzolli”.
E come ci si sente allora, Dr Rizzolli?
Mah... che dire... Credo che ci metterò qualche giorno a metabolizzare. A trovare la gioia di aver chiuso questo ciclo. Per ora prevale solo un esigenza di fare bilanci. E da qui quest’autointervista
Ed allora facciamoli questi bilanci!
Da dove cominciamo?
Direi dal dottorato! Tornassi indietro, rifaresti questa scelta?
Eh, è domanda impegnativa... Ovviamente le scelte di vita sono nella maggior parte dei casi irreversibili ma un buon economista pratica il ragionamento delle migliori opzioni alternative. Mi devo chiedere quindi come avrei altrimenti impiegato questi quattro anni e mezzo? Questo spicchio importante di vita, dai 25 ai 30, in cui uno con alle spalle l’università solitamente ha modo di testare la bontà dei propri studi. Mah... fosse andata in un certo modo, potevo rimanermene a Ginevra a tentate la strada della carriera internazionale. Con un po’ di fortuna a quest’ora forse avrei un buon posto in qualche agenzia internazionale o in una ONG come quella nella quale allora avevo iniziato. Ma probabilmente non sarei sposato, e Leo e Chiara non ci sarebbero nella mia vita. Fossi comunque tornato in Italia e non avessi imboccato la strada del dottorato... chi lo sa cosa starei combinando. Se fossi rimasto a Trento probabilmente avrei proseguito nell’orbita della TSM. Se guardo ai miei compagni di viaggio di quei brevi mesi prima del dottorato, dopo qualche anno di contratti e contrattini ora sono più o meno tutti sistemati in agenzie, enti o altre emanazioni periferiche della provincia. Avessi preso quella strada, ora con tutta probabilità me ne starei tra le mie amate montagne. Chissa se Chiara e Lucia mi avrebbero seguito... O ancora, se guardo cosa stanno combinando i miei coetanei e compagni di studi, molti di loro lavorano in società di consulenza o fanno i manager in grosse aziende. Certo sarebbe stato un buon stipendio. Certo un posto fisso ed un certo prestigio sociale. Ma chissa se mi sarebbe piaciuto. Temo di no. Ed invece nell’autunno 2003 ho imboccato la porta del dottorato, e cinque anni dopo sono qui, con un contratto precario che scade a novembre ma tutto sommato non ne sono affatto pentito e se potessi dare un suggerimento al me stesso di cinque anni fa gli direi di scegliere il dottorato e scegliere Siena.
Insomma, raccomandi entusiasta il dottorato di Siena agli studenti che stanno pensando a questa strada?
Beh, non ho detto questo. Lo raccomanderei a me stesso. Perché era la scelta giusta da fare. Perché mi permetteva di restare vicino ai miei affetti ed al tempo stesso coltivare le mie ambizioni, ma il dottorato di Siena non è un posto per tutti, lo devo dire con franchezza. Secondo me ad esempio è un posto migliore per giuristi piuttosto che per economisti. E’ sempre una questione di migliori opzioni alternative. Mi spiego, ad un giovane economista con il senno di poi suggerirei di tentare la strada di dottorati più puramente economici. E giocarsi la carta del dottorato all’estero che non è proibitiva come molti pensano. Questo perché l’offerta dei dottorati in economia sta diventando sempre più buona anche in Italia ed i programmi sono molto solidi e strutturati. Bisogna riconoscere che da questo punto di vista il dottorato di Siena è rimasto un po’ indietro, a cominciare dalla lingua di insegnamento che rimane l’italiano. Anche sulle prospettive di carriera, la mia impressione è che la solidità della preparazione ed il brand internazionale del titolo siano oramai in assoluto la cosa più importante per attaccare la carriera post dottorato, sia quindi nella vincita di un assegno o concorso, che nel peso del CV per tentare altre carriere. E’ inutile negarlo, il dottorato in law&economics è meno solido e prestigioso di molti dottorati (a cominciare dal cugino senese) puramente in economics. Credo invece che per un giurista sia diverso perchè è l’occasione per esporsi all’analisi economica del diritto come mai potrebbe fare dentro una facoltà di giurisprudenza. E poi lo sappiamo come sono i dottorati giuridici. Al confronto Siena svetta di molte lunghezze perché ad esempio l’attività didattica è molto superiore all’attività seminariale solitamente offerta altrove.
Ok, allora facciamo un gioco, dimmi tre cose positive e tre cose che miglioreresti su Siena ed il dottorato L&E
Eh... mi vuoi far rischiare una scomunica? Ti ho già detto che ancora tecnicamente non sono dottorato... Comunque accetto il gioco. Cominciamo dalle cose negative. Siena è scomoda da raggiungere. Sono ore e ore da qualunque direzione la si avvicini, e questo con il tempo affatica. Ma non c’è mica soluzione. Ha il suo risvolto positivo però: Siena è di una bellezza che io ho trovato struggente. Davvero un piccolo angolo di paradiso, specialmente in primavera ed autunno. A Siena abita la storia e dimora il bello e questo mi ha reso i giorni a Siena memorabili e leggeri e davvero ho lasciato li un pezzo dei miei occhi. Bella davvero. E cosi abbiamo smarcato un punto per parte. Rimangono altre due cose a cui metterei mano. Io ad esempio farei come già detto tutto il corso di dottorato in Inglese. Senza tentennamenti. I tempi sono maturi anche per i giuristi. Chiamerei ex dottorandi ed assegnisti a dare una mano con le lezioni per permettere di coprire meglio le diverse aree dell’analisi economica del diritto. Metterei mano al sito, una volta per tutte. Ed obbligherei gli economisti a fare gli esami quantitativi all’altro dottorato (mmmhhh forse sono più di due cose...). Negli aspetti positivi ci metto senz’altro una comunità di colleghi che attraversa trasversalmente le varie generazioni del dottorato e che è intellettualmente molto vivace e stimolante e con la quale sono cresciuto in questi anni. Una comunità di interessi che è rimasta coesa anche lontano da Siena, sia a Milano che a Roma. E poi alcuni ottimi docenti con degli insegnamenti di vita mandati a mente forse più importanti degli insegnamenti di law & economics stessi.
Parli di generazioni come se fossi un vecchio. Magari adesso vuoi anche dare consigli ai giovani?
Eh, perchè no, come dicono gli americani, e per quello che valgono, questi sono i miei two cents.
Come già detto, ad un giovane laureato economista consiglierei prima di tutto di pensare bene se il dottorato sia la strada giusta e non invece solo il proseguimento quasi inerziale degli studi. Pensateci, perchè sono quattro e più anni (non crederete mica di finire in tre anni vero?) importantissimi e durante i quali si possono cogliere bellissime opportunità percorrendo altre strade della vita. Ad uno che abbia comunque scelto il dottorato, consiglierei di porsi l’obiettivo più ambizioso e difficile a cui possa aspirare. Si scelga davvero il programma più tosto. Costerà sacrifici ma presto pagherà. Se, superate queste due decisioni, uno si trovasse infine al dottorato L&E di Siena consiglierei quanto segue: il giorno dopo che ti hanno preso, straccia il tuo progetto di ricerca. Dimenticalo. Stai a Siena tutto il primo anno ed immergiti nella città e nella sua università totalmente. Frequenta le lezioni, i seminari e tutte le attività di questo e dell’altro dottorato. Segui i corsi di Bowles ad economics. Studia sodo senza distrarti con la tesi per ora. Sii aperto alle vagonate di stimoli che riceverai e cerca di incamerarne quanti puoi anche e soprattutto se non ti sembrano pertinenti con il tuo iniziale progetto di ricerca. E sii aperto a cambiare radicalmente argomento per la tesi. Comincia da subito a programmare il secondo semestre del secondo anno all’estero. Oppure tutto il terzo anno. Sii ambizioso con le destinazioni. Cerca le borse di studio ed i contatti giusti. Frequenta tutte le conferenze internazionali e soprattutto la Side
Bene vecchio, e ora? quali sono i tuoi progetti?
Eh... per ora smetto di fumare. Almeno per un po’. Riprendo a correre e magari più in là vorrei tentare la mezza maratona. Vorrei fare un corso di fotografia poi ora che ho una nuova bellissima macchina e molti buoni motivi per fare foto
Ok ma le cose serie?
Beh queste sono serissime... ma se ti riferisci al lavoro, come ti dicevo, fino a novembre sono a posto a Milano. Poi vedremo. Abbiamo finito?
Si, sembra. Un’ultima cosa: non ti sembra un po’ ridicola ed egocentrica questa cosa dell’autointervista?
Giah in effetti la si potrebbe stemperare con un po’ di doverosissimi ringraziamenti per le persone che ho incrociato lungo la strada negli ultimi quattro anni e mezzo. Vediamo se ce li faccio stare tutti: Chiara Lucia e Leo per primi and above all. Che hanno riempito di senso la mia vita. I miei genitori e la mia sorella che magari ancora si chiedono a che diavolo serva un dottorato, ma in questi anni mi sono sempre stati al fianco. Antonio Nicita, maestro, supervisor ed amico, con il quale infine ho trovato l’armonico equilibrio per tenere insieme queste tre bellissime cose. Nuno Garoupa, ovvero l’altro mio supervisor e gli altri professori di Siena, Yale e Milano sui cui passi ho camminato e mi sono arricchito. In particolare il mio grazie va a Massimo d’Antoni, Alan Schwartz, Luigino Bruni e Lorenzo Sacconi. Poi tutti i fantastici colleghi: Sergio, Massimilano Giuseppe, Sara, Marco, Matteo, Antonio, Giorgio, Angelo, Roberto, Alessandra, Simone, Vincenzo, Riccardo, Leonardo, Marianna e tutti gli altri...
Di male in peggio, finisci con i saluti a casa come nelle compassate in TV?
Beh in effetti cosi si chiude il cerchio, visto che abbiamo iniziato con il marzulliano fatti una domanda e datti una risposta....
Cicale e formiche
di Matteo Rizzolli
Certo, sentire di anziani in povertà suscita la tenerezza e la compassione che solo i bambini ci sanno ispirare. E' un problema struggente che ci impone di non voltare lo sguardo. Ma proprio per questo urge dare risposte precise, immediate e risolutive. Per quanto queste siano impopolari e scomode. Il problema della povertà tra gli anziani, oggi nel 2008, è dovuta alla follia nostrana dell'età pensionabile più bassa di tutto il mondo occidentale (a fronte di un'aspettativa di vita che per fortuna è tra le più lunghe). Non ci possiamo girare in torno. Se una generazione di persone va in pensione a 57 anni, ha davanti a se in media 25 anni di pensione da riscuotere a fronte di 35 anni di contributi versati. Delle tre l'una: 1) o c'è una crescita economica tumultuosa che fa incassare molto allo stato che può effettuare trasferimenti 2) o c'è una generazione dietro che ha le spalle più larghe per sostenere il peso di pensioni più alte per la generazione avanti 3) o inevitabilmente le pensioni devono essere tanto basse da spalmare i miseri contributi versati e maturati nei brevissimi 35 anni di lavoro sui lunghissimi 25 anni di pensione.
Nel caso Italiano possiamo senz'altro scartare la prima soluzione ed immediatamente intuire che il problema dei nonni che rubano nei supermercati è il frutto avvelenato della terza opzione. Ma c'è un aggravante. Pe quanto basse siano già le pensioni oggi, esse sono artificialmente mantenute alte sulle spalle della generazione che viene dopo (seconda opzione). Con la differenza che essa non ha certe le spalle più larghe per sorreggerne il peso e quando verrà il momento della pensione (allora si forse sarà ai 67-70 anni) si troverà comunque con le risorse completamente drenate dai bei 57enni che oggi sono già in pensione (e che magari tra dieci anni finiranno a rubare il pane ed il salame e richiedere aumenti).
Ecco perchè, pur ribadendo che i vecchietti che rubano il pane e il salame al supermercato ci muovono il cuore, non possiamo non ribadire che la colpa di tutto ciò è di una generazione di cicale irresponsabile che non ha messo da parte abbastanza per l'inverno della vita e che anzi sta dilapidando anche le poche scorte che i giovani stanno mettendo via. Noi vogliamo essere formiche: chiediamo solo di lavorare sodo e a lungo per poter mettere via abbastanza per l'inverno. E' chiedere tanto che ne rimanga anche per il nostro inverno? Eppure siamo anche formiche solidali, e di fronte ad una cicala vecchia ed affamata non possiamo voltare lo sguardo. Ma solo a condizione che si riparta da un patto generazionale nel quale ogni aiuto dato ai pensionati attuali comporti un innalzamento automatico dell'età pensionabile (oltre a quelli dovuti e previsti per l'invecchiamento della popolazione) che renda la nostra generosità sostenibile anche nell'inverno che -un giorno- arriverà anche per noi.
A contratto con la coscienza di Zeno
Da qui all'estate dimagrisco 10 kg! Magari andando a correre due volte alla settimana! Voglio scrivere tre paper all'anno! E leggere un romanzo al mese! Prometto che se vinco io non farò più condoni! Questa è l'ultima sigaretta!
Come lo Zeno protagonista del romanzo di Italo Svevo, facciamo tutti i conti con la nostra coscienza incapace di mantenere fede anche agli impegni minimi che prendiamo con noi stessi e con gli altri.
It's the bounded rationality, stupid! direbbe l'economista. E' la razionalità limitata che ci impedisce di prevedere tutte le future contingenze e quindi scrivere contratti completi che vincolino altri a mantenere gli impegni che essi si prendono con noi o noi con loro (Nicita, 2005). E la stessa razionalità limitata causa fenomeni, quali le preferenze non transitive, problemi di self-control, weak will e hyperbolic discounting, a causa dei quali non riusciamo a mantenere fede alle promesse che prendiamo con noi stessi e nel nostro più genuino ed egoistico interesse.
Siamo donne e uomini limitati che molto spesso non riescono a mantenere la parola data anche se farlo sarebbe totalmente nel nostro interesse. Ma siamo pur sempre homini oeconomici , e quindi rispondiamo agli incentivi.
Ed allora ecco i commitment bonds. Le obbligazioni all'impegno, i contratti con se stessi. Come già avevamo anticipato, Ian Ayres e soci hanno messo su un servizio online -si chiama Stickk- dove ciascuno può finalmente scrivere un contratto vincolante con se stesso e/o con gli altri. E' semplicemente geniale!
Funziona cosi: attraverso una guida online si formula il proprio contratto che non è altro che un impegno a fare o a non fare qualcosa. Alcuni di questi contratti sono già pre-impostati: quelli per smettere di fumare, per fare esercizio fisico e per dimagrire, ma con pochi passaggi in più si può creare qualsiasi impegno (ad es. diminuire l'uso delle luci di casa, svegliarsi tutte le mattine non dopo le 7 e così via). Si può inoltre nominare un arbitro che potrà stabilire per conto di Stickk se effettivamente l'impegno viene mantenuto. Ad esempio la moglie del marito sovrappeso, il figlioletto della fumatrice, il giornalista prestigioso oppure l'istituto di statistica. Infine si decide di investire una certa somma che, a promessa mantenuta, verrà restituita al promettente. Cosa succede se la promessa viene tradita? Lo si decide ex-ante al momento del contratto: si può destinare la somma ad una charity (come la Croce Rossa, Medici senza Frontiere) oppure ad un amico o conoscente. Oppure ad una anti-charity (ovvero ad organizzazioni controverse quali la National Rifle Association, e cosi via) ed ai propri nemici. Già, quale miglior motivazione a mantenere gli impegni sottoscritti -hanno pensato Ayres e compagni- di vedere i propri soldi finire ad organizzazioni e persone odiate in caso di fallimento?
Per chi se lo chiedesse, Stockk non lucra su questi passaggi di denaro -denaro che viene totalmente rimborsato in caso di successo oppure finisce tutto alle destinazioni assegnate in caso di fallimento- ma fa un po' di soldi tramite la pubblicità sul sito.
Certo, c'è sempre la possibilità di barare, di nominare un arbitro compiacente ed aggirare il meccanismo. Ma cui prodest? Quale lo scopo, se il risultato è vedersi tornare lo stesso ammontare di denaro investito? Stockk offre un servizio, vende la possibilità di rendere credibili le proprie promesse, fatte ad altri o piuttosto a se stessi. Offre una motivazione in più ai Zeno Cosini per resistere nel loro intento di smettere di fumare, ma solo a patto che essi davvero lo vogliano...
Siamo convinti che se Zeno Cosini avesse potute investire 100 lire in Stockk forse, una delle tante, sarebbe stata davvero l'ultima sigaretta. E se Berlusconi un giorno, seduto alla scrivania di Vespa firmasse solennemente un contratto Stickk nel quale promette di non fare altri condoni, di creare il solito milione di posti di lavoro, di non cambiarsi le leggi ad uso proprio, di fare un maggioritario serio e -qualora non dovesse riuscirci- cedesse anche solo il 20% di Mediaset a Prodi, noi forse potremmo anche votarlo...
affollati di gente, disaffollati di motivazioni
Prima lezione di law&economics base. I comportamenti degli individui sono dettati (anche) dagli incentivi e disincentivi economici sottostanti.
Seconda lezione di law&economics avvanzata. A volte, l'introduzione di incentivi (o disincentivi) economici sostituisce le motivazioni preesistenti che spingevano a comportarsi in un certo modo. É il cosidetto motivation crowding-out ; "disaffollamento" motivazionale...
Sono seduto sull'Eurostar 9428 da Roma Termini (07:30) a Milano Centrale (12:00). Hanno appena annunciato i regolari 25 minuti di ritardo. 25 minuti. Venticinque minuti. É cosi sempre. Sono stati 25 minuti la settimana scorsa. Sono stati 25 minuti la settimana prima della scorsa. Sono stati 30 minuti giovedi al ritorno, e forse venti la settimana prima.
Perché? Trenitalia é un soggetto economico. Un po' particolare si potrebbe obiettare. In ogni caso un soggetto economico che risponde (a volte) agli incentivi. Per vincolarsi rispetto ai propri utenti, per offrire un po' di credibilità al proprio prodotto, promise molto tempo fa di restituire il 50% del prezzo del biglietto in caso di ritardo. Giusto perdio. L'utente acquista un servizio. il servizio é mancante. All'utente viene restituito un po' del costo.
Questo poi, induce (nelle intenzioni di chi prese quella decisione) Trenitalia a modificare il proprio comportamento. Se essa deve pagare per aver causato un ritardo, farà di tutto per non causare ritardi. E qui siamo alla lezione numero uno di l&e: gli agenti rispondono agli (dis)incentivi.
Ma quanto ritardo é sufficiente per fare scattare il bonus ripagatore? Qui trenitalia (o che per lei)ha deciso che il ritardo deve essere di 25 minuti. Venticinque minuti. Come se 25 minuti, per due volte alla settimana, per 40 settimane all'anno non facessero 1000 minuti. Cioé praticamente due giorni lavorati immolati ai ritardi di Trenitalia.
Ora, se Trenitalia é disincentivata a fare un ritardo superiore ai 25 minuti, ma non paga nessuna conseguenza per ritardi inferiori ai 25 minuti, cosa credete che succeda? Esatto.. succede quello che succede...
Qui entra entra in gioco la lezione di L&E avvanzata. Se anche vi fosse stato un singolo ferroviere motivato a portare in binario il suo bravo treno in orario per farsi bello con i colleghi e con i superiori o anche solo per amore di un lavoro ben fatto, ora si troverà con le proprie motivazioni spiazzate e svuotate.
Per Trenitalia un treno in ritardo, non é un treno in ritardo. Non lo é perché se cosi fosse, essa dovrebe pagare un bonus. E siccome il bonus si paga solo dopo i 25 minuti, allora un treno in ritardo di 25 minuti, NON E' IN RITARDO. Perfavore, non insistete. Quando leggete l'orario ferroviario insomma, nella colonnina del tempo di percorrenza della tratta, leggete sempre un (+25 min). Solo oltre quest'orario infatti il treno, per trenitalia, é effettivamente in ritardo.
PS. Meno male che ieri Romano mi ha provato l'alta velocità tra Bologna e Milano. Dice che entro Natale prossimo me la consegna e ed entro Natale 2009 posso andare da Roma a Milano in tre ore. Tre ore e enticinque minuti ovviamente...
Non plus proprieté
intellectuelle à la carte
Pensiamo al settore antitrust, dove l'impossibilità di scrivere leggi particolareggiate ex-ante (come fare ad andare più in la di generici richiami alle magnifiche sorti progressive della concorrenza?) inducono ad intervenire ex-post, quando i guasti dei comportamenti anti-competitivi diventano visibili. La proprietà privata funziona invero al contrario: con un forte indirizzo ex-lege ex-ante ed interventi giudiziari strettamente aderenti a quelle stessi leggi ex-post.
E la proprietà intellettuale? Alessandra, Antonio ed il sottoscritto abbiamo argomentato altrove circa la liceità e necessità di interventi ex-post in stile antitrust, nel settore della proprietà intellettuale. In questo lavoro accademico avvanziamo un'argomentazione teorico-concettuale. La nostra idea è che i diritti di proprietà hanno sempre uno spazio di incompletezza che non è definibile ex-ante ma è solo scopribile ex-post quando insorgono conflitti di attribuzione su usi non ancora definiti. In questo caso l'intervento ex-post è necessario tanto più quanto lo spazio di incompletezza è ampio. La proprietà privata di appezzamenti agricoli è un settore del diritto per il quale gran parte del'incompletezza è stata risolta nel corso di centinaia di anni di consolidata esperienza giuridica e quindi si presta ad una regolazione che anticipa il più possibile tutti gli spazi potenziali di conflitto e le relative soluzioni. Nel caso dell'antitrust vale l'argomento opposto: la dinamicità ed innovatività del settore inducono a correggere gli imprevedibili esiti dell'imprecisa regolazione ex-ante, che non solo può non prevenire affatto i conflitti legati all'incertezza ma addirittura può in qualche caso contribuire alla proliferazione degli stessi. L'intervento ex-post regolatorio quindi si giustifica. La nostra tesi è che la proprietà intellettuale regoli un settore che per grado di incompletezza assomiglia di più al settore antitrust che non a quello della proprietà agricola (nonostante condividano il nome proprietà) e perciò necessiti di un'apertura all'intervento ex-post più ampia di quanto sia possibile per la propeirtà tradizionale.
Le polemiche intorno alla nascita dell'autorità francese offrono l'occasione per riportare il nostro discorso nel novero degli argomenti comprensibili (almeno al pubblico letterato ed internet-dipendente di questo blog
Sembra infatti che tra le prime questioni che l'autorità prenderà di petto, ci sarà quella dei DRM: dei Digital Right Management. Con i DRM i fornitori di contenuti intellettuali digitali si ritagliano dei diritti di proprietà su misura: una sorta di proprieté intellectuelle à la carte. Facciamo un esempio musicale. Se compero un CD ho la proprietà "piena" dello stesso. Posso utilizzarlo, rivenderlo, distruggerlo e persino copiarlo, a patto che sia per uso personale. Se compero lo stesso CD su itunes, mi vincolo ad accettare delle condizioni particolari quali, il vincolo a riprodurre il brano su itunes o lettori Apple, l'impossibilità di copiare il brano su più di 5 computer, di masterizzarlo più di 7 volte eccetera. Queste restrizioni non sono peraltro draconiane, ma generalmente -queste imposte da Apple- sono considerate condizioni generose rispetto alla media. Il punto è che, cosi facendo, ogni venditore di musica ti vende un diritto di proprietà che ha caratteristiche particolari e diverse. I DRM lasciano al produttore la totale arbitrarietà circa il disegno dei confini della proprietà che vende. Ma il diritto di proprietà si caratterizza per il principio del numerus clausus cioè per la stretta aderenza a poche e ben definite tipologie. Insomma, uno non può venedere il diritto di proprietà su un terreno ma riservarsi alcuni usi per se (almeno che non lo faccia per via contrattuale).
I DRM infrangono questa tipizzazione dei diritti: ogni autore o distributore modifica come vuole le caratteristiche del diritto con danno per la collettività in termini di accresciuta incertezza e difficoltà negli scambi. Da molt e parti si avverte la necessità di riconciliare i sistemi di protezione della copia con forme più semplificate ed intelleggibile di proprietà. Ma come intervenire?
Ora i DRM sono un fast moving target. Nati da pochi anni, qualcuno ( lo stesso Steve Jobs tra questi) ne invoca già la fine. Sono un settore che invoca regole condivise ma non può aspettare i tempi necessariamente lunghi e gli ingessamenti tipici delle leggi. Ecco lo spazio di intervento regolatorio ex-post. Una legge, che richiede tempi di gestazione lunghi e capacità di prevedere e pianificare gli esiti non è uno strumento in grado di mettere mano in questo settore che invece si muove in fretta e genera un'obsolescienza delle regole che non lascia respiro.
Ecco perchè penso che l'autorità Francese, per quanto essa si troverà a camminare in un terreno minato e necessariamente sbaglierà poco o molto nei suoi interventi, sarà comunque un esempio destinato ad avere presto degli imitatori in altri paesei, e forse anche nel nostro.
Update: Anche la Norvegia sembra voler mettere mano alla questione DRM anche se, stando a questo pezzo, sembra per ora privilegiare un approccio ex-ante. Nel frattempo in Italia, il dibattito pubblico al riguardo è appena avvanzato dall'indifferenza alla demagogia spicciola (vedi articoli della Stampa di questi giorni 1, 2, 3).
Scommettere sulla coscienza di Zeno
Ecco la soluzione di Ayres per gli Zeni di tutto il mondo: si entra nel negozio dell'impegno e si sganceranno 1000 $ o più, in base a quanto seriamente si prende l'impegno. Se si mantiene la promessa e si possono verificare i progressi, la somma viene restituita aumentata. Diciamo a 1500 $. Altrimenti si perde la somma. Ovviamente il negozio scommette contro la riuscita dell'impegno e paga i profitti di chi riesce a mantenere l'impegno con le somme perse da chi non ce la fa!
Geniale no? immaginatevi la scena del papà che promette per l'ennesima volta ai figli di smettere di fumare. I figli rispondono all'americana: put your money where your mouth is. Il papà è costretto a scommettere contro se stesso e a mantenere l'impegno, pena la perdita di denaro.
Insomma una sorta di paternalismo libertario ma con il vantaggio che il limite paternalista è autoinflitto in piena libertà.
Resta una preoccupazione per l'economista. Ma la selezione avversa? Come facciamo insomma ad evitare che non-fumatori si fingano fumatori solo per scommettere su una cosa che sanno benissimo di poter vincere?
Chissà se Zeno Cosini, il protagonista del romanzo di Italo Svevo, passando dal negozio di Ayres, avrebbe trovato le giuste motivazioni per dare fondo a quella sua ultima sigaretta una volta per tutte.
cooperazione tra consumatori: Bersani 2
- Sull'ultimo numero di Cooperazione tra consumatori ho commentato il secondo decreto Bersani. Ricordate? quel decreto "a lenzuolata" nel dopo-finanziaria che tanto ci aveva fatto sperare nella risalita; quello che aveva preceduto l'altra infornata di decisioni con taglio liberal-ambientale che ci avevano a dir poco entusiasmato. Quelle belle cose che questo governo si degna di fare quando non è impegnato a farsi impallinare da qualche estremista velleitario o immaturo, quando non è impegnato a mendicare voti da loschi figuri ( à la De Gregorio) o mummie sempiterne (Andreotti & Co.). Il tratto interessante del pezzo sta forse nell'aver cercato di dare una senso alla varietà delle misure proposte secondo alcune linee di analisi economica. Per fare questo mi sono in gran parte ispirato ad un dibattito sul sito del mio supervisor Antonio Nicita. In particolare evidenzio come quelle che genericamente sono chiamate liberalizzazioni sono spesso invece delle ri-regolamentazioni e che le liberalizzazini possono essere fatte sia al fine di aumentare la competizione dal lato dell'offerta, sia per aumentare la possibilità di scelta (abbassando i costi di switch ad esempio) dal lato della domanda.
CarBersan Tax
Ovviamente il titolista
di repubblica.it non ha capito dove stava la parte
interessante del discorso di Bersani alle camere. La
enfatizziamo invece giustamente qui:
Dobbiamo accendere la miccia e poi transitare verso una fiscalità dell'auto che in modo permanente vada verso l'efficienza energetica ed il minor consumo.
Musica per le nostre orecchie. Non proprio la carbon tax, ma almeno la carBersan tax. Già discutendo del pasticcio sui SUV fatto in finanzaria, avevamo argomentato che fosse ora e tempo di passare ad un'organica tassa ambientale sui veicoli. Non si deve tassare il possesso dell'automobile fine a se stesso. Ma piuttosto in base a quanto la singola automobile impatta l'ambiente e crea complicazioni nelle città. Ben venga quindi la rimodulazione del bollo auto in base ai consumi, premiando quelli bassi (ed in maniera marginalmente crescente) e punendo chi sporca di più e occupa spazio. Non più misure ad-hoc ma un' organica riforma della tassazione. Non diciamo nulla di nuovo, perché la carbon tax non é certo un'invezione di Bersani.
Piuttosto ci limitiamo a suggerire che la tassazione potrebbe ulteriormente essere rimodulata in modo da trasferire il carico fiscale dai veicoli piccoli a quelli grandi (diminuendo il traffico, il problema parcheggi ed i rischi per i pedoni) e da quelli che sono necessari dove non esiste mobilità alternativa a quelli superflui che intasano le città (magari attraverso un'aggravio sulla seconda auto, il road pricing, gli accessi ai centri storici a pagamento, i telepass su raccordi e tangenziali e cosi via).
Infine la carbon tax non riguarda solo i veicoli. La fiscalità generale andrebbe rimodulata in modo tale da cercare di contenere il più possibile le esternalità derivanti dalla produzione di gas serra. Più tasse sul gas bruciato nei fornelli così come nelle centrali. Più tasse sull'elettricità prodotta con il carbone e con gli olii pesanti. Più tasse sulla carne, almeno quella prodotta dagli allevamenti bovini intensivi che causano enormi emissioni di metano. E finalmente il vecchio sogno Berlusconiano potrebbe avverarsi: meno irpef per tutti! (e più carBersan tax per chi sporca)
Una lenzuolata vi seppellirà
capita che le corporazioni diano lezioni di liberismo e customare care
Questo provvedimento [...] potrà produrre effetti negativi per il consumatore in termini di prezzi e qualità
Facciadibronzo: Associazione Nazionale per le Imprese Assicuratrici.
Le misure che riguardano il nostro settore [i benzinai] non portano alcun vantaggio alla collettività, [...] sono destinate al contrario a [...] mortificare la diversificazione e del livello qualitativo dei servizi offerti ai consumatori. [...] L’effetto sarà quello di consegnare il mercato ed i consumatori ad un monopolio “perfetto”[...] . Con buona pace della concorrenza, di certe sedicenti associazioni dei consumatori e degli apprendisti stregoni di un supposto e invece negato libero mercato.
Facciadibronzo: Federazione Italiana Gestori Impianti Stradali Carburanti
Capita che coloro che non hanno mai liberalizzato quando potevano farlo, ora predichino benaltre liberalizzazioni.
La montagna ha partorito il topolino [..] E' da lì che bisogna partire per vere liberalizzazioni e privatizzazioni, non dai barbieri o dagli edicolanti
Facciadibronzo: Gianfranco Fini, ex-vicepresidente del consiglio
Tanto rumore per nulla. Solo una pletora di provvedimenti che servono soltanto a gettare fumo negli occhi degli italiani
Facciadibronzo: Antonio Tajani
Sono micro misure insufficienti
Facciadibronzo: Benedetto della Vedova
Liberalizzazioni sono pannicelli caldi
Facciadibronzo: Renato Brunetta
Liberalizzazioni cinica operazione demagogica
Facciadibronzo: Maurizio Sacconi
Queste facce di bronzo andrebbero seppellite sotto una lenzuolata di pernacchie.
incostituzionale eppure...
Ed ora io cosa ne faccio
del mio paper?
Potrei chiudere il post in questo modo.
Sullo scorcio dell'ultima legislatura, il governo
Berlusconi passò la cosidetta legge Pecorella. Una delle tante
leggi vergogna approvate, si é sempre detto. In
soldoni la legge Pecorella (46/2006) dice che in
caso di assoluzione in primo grado, un imputato
non può essere portato dal Pubblico Ministero in
appello. Sappiamo tutti perché fu fatta:
Berlusconi era stato assolto in alcuni processi in
primo grado per il rotto della cuffia e con questa
legge chiudeva finalmente i suoi conti con la
giustizia. Questo il grave vulnus della
legge. Di essere stata pensata
ad personam
Berlusconi. Questo
il motivo per cui la si é fatta rientrare nel
novero delle leggi vergogna. C'é molto da
vergognarsi infatti, quando l'avvocato Pecorella
che ti difende nel processo, presiede in
contemporanea la commissione giustizia della
camera dal cui scranno propone una legge
ritagliata a misura per il proprio processo, alla
cui votazione le truppe cammellate del polo si
presentarono in rigoroso ordine all'obbedienza del
capo che altrimenti rischiava la galera.
Accantonato (per ora) il problema Berlusconi e l'uso
improprio che ha fatto della democrazia e del
parlamento, in un paese civile si potrebbe
discutere sui meriti di questa legge che
peraltro é stata fortemente voluta e sostenuta da un
maestro del diritto penale, le cui
intenzioni non erano certo dettate dai piccoli
interessi da famigli politici. Essa infatti
introduce un principio assodato nei paesi di
tradizione di common law, che prevede che nor
shall any person be subject for the same offense
to be twice put in jeopardy of life or limb
come recita il V emendamento della costituzione
americana. Nessuno deve essere mai
esposto al pericolo di essere triturato due volte
dalla macchina processuale, qualora esso
risulti innocente la prima volta.
Che ne pensate? fatti gli opportuni aggiustamenti, ed
inserito in un contesto adeguato, a me sembra un
principio degno di una democrazia matura e liberale.
Quando qualcuno si deciderà finalmente a mettere mano
in maniera organica, e non con gli interventi ad
personam, al sistema giustizia italiano che
versa nello stato penoso in cui sappiamo, questo
principio sarebbe uno di quelli da rispolverare e
reintrodurre con convinzione nei meccanismi di
giustizia di una democrazia orgogliosa dei propri
principi.
Per ora non vi resta da fare che giocare
con il mio modello (se non funziona dovete
installare Java. Le istruzioni su come usare
il modello invece sono qui) e
farmi sapere cosa ne pensate.
Chicago Economics
Conservatives have long critiqued academia for the ways professors use their position to indoctrinate students with left-wing ideology, but the left has largely ignored the political impact of the way people learn economics, though its influence is likely far more profound.
È solow economia
SOLOW, Robert M. "The Wide, Wide World of Wealth," The New YorkTimes Book Review, March 20, 1988.
Anche gli sporcaccioni dell'aria piangano
- I viaggi aerei danno un contributo sostanziale all'effetto serra. Non solo perché gli aerei consumano molto carburante, non solo perché tra tutte le forme di trasporto, sono quella che si convertirà piú tardi (se mai lo farà ) alle fonti rinnovabili, ma anche perché i gas di scarico li spara direttamente ai piani alti dell'atmosfera dove fanno piú danni. Se volete calcolarvi l'impatto ambientale del vostro prossimo viaggio aereo provate qui (funziona solo con IE). Ad esempio, con il mio prossimo viaggio in Sud Africa, produrrò quasi 500 kg di gas serra, e brucierò un energia pari a quella di 12 lampadine da 60w accese per un anno intero.
-L'aumento paventato ci sembra comunque irrisorio. Basti pensare che oggi il kerosene degli aerei é detassato. Sui biglietti aerei non si paga l'IVA, che gli aereoporti sono in molti casi sovvenzionati e via discorrendo. Lo stesso viaggio in Sud Africa, se il kerosene fosse tasssato come quello alla pompa di benzina, costerebbe 522 euro (si proprio cinquecentoventidue euro) in più.
-Ma allora le low cost? Facendo pagare meno i biglietti contribuiscono maggiormente all'inquinamento? Meglio l'Alitalia allora? Come ho provato ad argomentare qui, le low cost sono un innovazione eccezionale. L'Alitalia non puó nascondere il proprio fallimento dietro una motivazione ambientale. I costi dei biglietti devono aumentare (e di molto) per tutti. I soldi peró devono finire in una tassa ambientale ( o nei meccanismi di emission trading) e non a finanziare le inefficenze aziendali di questi ex-monopolisti che non sanno piú fare (e forse non lo hanno mai saputo fare) il loro mestiere.
-Peraltro ci chiediamo perché mai gli aerei di stato dovrebbero essere esentati da questi doveri. Desse lo stato il buon esempio invece! Casomai per questi aerei dovrebbe essere introdotta da subito la riforma senza aspettare il 2011.
Infine, per chi vuole rendere già da ora il proprio viaggio aereo sostenibile, puó comperare dei crediti di anidride carbonica qui. Con circa 75 euro, ad esempio si comprano crediti sufficienti per coprire un volo di tre persone a/r per il Sud Africa e ci si sente almeno un po' meno sporcaccioni....
Contro la proliferazione degli atenei, la liberalizzazione del titolo
Si da il caso che negli ultimi 7 anni (si proprio sette), le sedi universitarie italiane siano passate da 41 a 80. Raddoppiate!. Ad esempio oggi abbiamo ben nove sedi in Sicilia. Oltre alle storiche di Palermo, Messina e Catania, ci sono sedi universitarie anche a Modica, Taormina, Ragusa, Siracusa, Caltagirone ed Enna. Altre perle di scienza e di saggezza sono nate all'ombra dei server degli atenei telematici. Ne ha contati ben 14 (si, quattordici) Repubblica di questi. Ed infine le università dalle storie più sorprendenti: da quella dei legionari di cristo, a quella dei Ranieri a quella del ministero delle finanze. E poi i crediti venduti all'ingrosso ai ministeri ed alle associazioni di categoria, etc.
Ce ne é per tutti, e Pirani spiega bene come la proliferazione sia dovuta non tanto all'anelito della scoperta scientifica che alberga nel cuore italico ma come al solito alla più pragmatica necessità di offrire poltrone e strapuntini a tutti quanti. Che il "dottore" non si nega a nessuno, ma a questo punto, si regala abbastanza facilmente anche il "professore".
E sia! A noi che siamo liberali, liberisti e libertari in fondo questa proliferazione selvaggia non dispiacerebbe! Puzza di una lotta Shumpeteriana tra atenei. Una corsa a chi si accaparra l'ultimo studente, a chi lo fa crescere di più, a chi gli offre più opportunità e prospettive. Ad una condizione: CHE VENGA CANCELLATO IL VALORE LEGALE DEL TITOLO DI STUDIO.
Smarriti in questo nuovo mondo dove non é la legge a dettare il valore del titolo ma piuttosto la reputazione, vorremmo vedere quante di queste sedi periferiche, di questi atenei virtuali, di questi cattedrati senza pubblicazioni e ricerche, di questi baroni senza nulla da insegnare, di queste lauree prese con i punti del benzinaio o acquistate con i buoni pasto sopravviveranno.
PS. Ottima documentazione in proposito é reperibile da questa puntata di Rai Report.
Anche gli sporcaccioni piangano
Si intravede
all'orizzonte (ancora lontano per la verità ) una
rivoluzione culturale in materia di tasse: Non più
chi guadagna paga, ma piuttosto chi rompe (o
sporca o inquina se preferite) paga. Il
polluter pays principle
(PPP) in gergo ecologico/economico.
Questa mattina ne ho scorto i seguenti segni:
1. Beppe Grillo che, con il suo
solito piglio un po' populista ma molto efficace,
propone per risolvere il problema del traffico
nelle città le seguenti misure: -Ticket di
ingresso per le auto. -Diminuzione dell’Ici
del 30% al residente che non possiede una
macchina. -Tassa per l’occupazione di suolo
pubblico per le macchine parcheggiate.
2. Un'economista repubblicano che si
augura la sostituzione della tassa sul reddito con
la carbon tax (e per questo -dice-
ci vuole un presidente democratico).
3. Il ministro Bersani che finalmente
spiega che la tassa sul SUV non é una tassa sul
lusso ma piuttosto sul suo impatto ambientale.
Dice il ministro che se fanno un SUV a idrogeno
lui lo detassa. Purtroppo questo non é vero,
almeno per come é fatta la proposta oggi ma in
attesa di una tassa disegnata a dovere ci
compiaciamo per i progressi fatti.
SUVvia, si puó fare di meglio
La tassa sui SUV quindi, colpisce troppe persone o troppo poche? Da queste parti si tende a pensare che questa tassa colpisca ne troppo ne poco, ma semplicemnte male. Prima di articolare una proposta alternativa vorrei fissare alcuni punti:
- La tassa sul SUV puzza di bolscevico e ricorda le tasse sul lusso. Fa il paro con il manifesto di rifondazione comunista "anche i ricchi piangono". Il punto non é tassare il SUV perché ce l'hanno i ricchi ed i ricchi hanno perso le elezioni e quindi diamo un po' di sfogo all'invidia sociale del mezzo di locomozione. Se la gente pensa che il SUV é figo, si dovrebbe fare in modo che tutti lo possano avere. A condizione che inquini quanto se non meno di un modello normale. A condizione che sia sicuro per i suoi passeggeri e per i pedoni, a condizione ch non crei disagi nei centri per gli ingombri storici. Insomma, come ho giá scritto molto tempo fa, il mio problema con il SUV é circoscritto al suo impatto ambientale, alla sua sicurezza che segue la legge della giungla (mors tua vita mea) ed al suo ingombro. Peraltro esteticamente sono le mie macchine preferite.
-La tassazione sull'automobile va ripensata in molti suoi aspetti. L'automobilista non é la mucca da mungere (magari sempre per invidia sociale). Ma piuttosto un attore sociale che attraverso la sua attivitá (la guida) provoca delle esternalitá rilevantissime sugli altri individui e sull'ambiente. La tassazione, ma non solo quella, é lo strumento che ci consente di riallineare i costi individuali di questa attivitá ai suoi costi collettivi. In questo senso mi vengono subito in mente tre forme di intervento. Le tasse sul carburante che dovrebbero servire ad internalizzare i danni delle emissioni (effetto serra ed altri inquinanti). Il cosidetto road pricing, che serve ad internalizzare i costi di congestione, manutenzione e costruzione delle infrastutture. Ed infine le tasse sull'auto che servono ad internalizzare l'impatto ambientale dell'auto stessa.
Quali sono i costi ambientali dell'auto? Da quali variabili dipendono? L'impatto di un auto dipende da molti fattori. Si veda ad esempio questo istituto che effettua un complicato calcolo dell'impronta ecologica di un auto. I piú importanti sono certamente l'efficienza del motore, la sua potenza, soprattutto i sistemi di filtraggio dei gas, il peso dell'autovettura ed il tipo di carburante.
Una piú alta efficienza del motore implica che ceteris paribus l'auto consumi meno carburante. Data l'efficienza, una piú alta potenza implica consumi piú elevati a paritá di peso ed un piú alto peso implica piú consumi a paritá di potenza. Il peso implica anche piú materiali impiegati per la costruzione e quindi un ciclo di prodotto piú impattante. I sistemi di filtraggio, la capacitá di trattenere particelle inquinanti sono una cosa complicata, ma le varie categorie Euro 0, 3,4,5 rappresentano spesso dei salti di ordine di grandezza in termini di emissioni di inquinanti.
Infine l'annosa questione dei carburanti. Meglio il diesel o la benzina? Sicuramente meglio il metano e l'etanolo ed in prospettiva l'ibrido e l'idrogeno. Ma questo fronte é molto delicato (ne ho scritto ad Agosto su cooperazione) ed ha bisogno di una riflessione anche in termini di politiche industriali (vogliamo ad esempio riconvertire le culture alla produzione di bioetanolo o biometano? vogliamo spingere sull'idrogeno che in questo momento ci porta verso la costruzione di centrali atomiche? meglio il greggio arabo o il metano russo? etc.)
La cosidetta tassa sui SUV quindi va a pescare in una sola delle dimensioni che contano: il peso dell'automobile. É per questo che non ci piace. Perché nella sua immediatezza risulta distorsiva rispetto all'obiettivo di tassare l'impatto ecologico dell'autovettura. E se i 2.600 kg fossero dovuti al peso di batterie ricaricate da pannelli solari? In questo caso limite staremmo tassando un auto ad impatto zero.
Come si costruisce quindi una tassa che rispecchi l'impatto ecologico di una vettura e non sia grossolana come quella attualmente introdotta?
Per quanto riguarda i sistemi di filtraggio la soluzione regolatoria sembra la piú adeguata. Ovverosia fissare ogni tot anni standard sempre piú elevati e dividere le auto in base a queste categorie generiche (Euro 0,3,4,5 etc). Troppo complicato fare altrimenti.
Per quanto riguarda le altre variabili, sono tutte note. Basterebbe quindi banalmente moltiplicare peso per potenza e dividere per efficienza e per classe di emissione per avere un indice piuttosto raffinato dell'impatto ambientale di un automobile. Questo indice potrebbe essere poi pesato per il tipo di carburante che si predilige incentivare o disincentivare per ragioni che possono essere, come argomentato sopra, anche di politica economica, di sviluppo e geostrategiche.
Si potrebbe infine introdurre addirittura una tassa progressiva che penalizzi incrementalmente le automobili al crescere di questo indice, anche se, tarando bene le variabili non dovrebbe essere necessario.
Insomma sui SUV si puó davvero fare di meglio, e con la finanziaria in discussione in parlamento qualche correzione puó essere apportata.
Perché gli avvocati si ed i piloti no?
Di tutte le argomentazioni a difesa degli ordini (avvanzate solitamente ed unicamente dagli insider) solo una mi ha spesso messo in difficoltá. Quella che per la delicatezza della prestazone domandata, ci fosse bisogno di un controllo sulla qualitá offerta. L'argomento é del tutto comprensibile per i medici. Visto che si tratta di vita o di morte, sacrificare un po' di efficienza allocativa alla nostra avversione al rischio di morire sembra assolutamente giustificato. Seguendo lo stesso argomento, non si capisce la necessitá di un ordine per i commercialisti: quale potrebbe essere infatti il rischio di una scarsa preparazione di qualche commercialista? Una sanzione fiscale? Niente di irreversibile, o quantomeno di non-assicurabile e quindi niente che il mercato non possa selezionare da solo.
Tra medici e commercialisti ci stanno gli avvocati. L'argomento portato a difesa dell'ordine suona cosi: Dal momento che nessuno vuole correre il rischio di finire in galera a causa di un cattivo avvocato, é necessario un ordine che selezioni ex-ante i buoni avvocati. Prima obiezione: seguendo questa logica potremmo limitare l'ordine solo agli avvocati che si occupano strettamente di diritto penale (e magari solo di quei reati penali per cui si rischia davvero la galera). Per gli altri, libera concorrenza e selezione reputazionale oppure tramite strutture gerarchiche da parte di aziende di servizi legali. Seconda obiezione: se é l'alto rischio a cui si espone il cliente la variabile rilevante (alto rischio dovuto anche ad ua bassa frequenza ma ad un'alto danno atteso) mi si deve spiegare perché molte professioni con le stesse caratteristiche funzionano benissimo senza l'esistenza di un ordine. Pensiamo ai piloti di aerei. o i macchinisti dei treni. Responsabilitá elevatissime. Necessitá di poter grantire il 100% dell'affidabilitá perché una sola leggerezza puó essere catastrofica. Ma non hanno un ordine. Per la veritá qualche cosa in comune con gli avvocati ce l'hanno. Sono molto organizzati nel rivendicare qualche privilegio, anche se nel caso di piloti e macchinisti l'organizzazione non si chiama ordine ma sindacato. E forse hanno meno successo nel difendere questi privilegi, perché l'accesso alla professione (tramite il conseguimento ad esempio di una patente, ed un tirocinio) non dipende dall'apertura e magnanimitá degli stessi ma piuttosto a delle scuole abilitate e ai dipartimenti risorse umane delle aziende di cui anche piloti e macchinisti sono dipendenti.
Avvocaticchi ed azzeccagarbugli
Per chi non ha voglia (o stomaco) per leggersi l'intero documento, vi propongo alcuni estratti significativi sull'accesso dei giovani alla professione:
-si ritiene essenziale condividere la distinzione tra la laurea breve triennale, senza possibilità di accesso all’albo, da quella magistrale quinquennale, unica via di accesso alla libera professione; andrà peraltro previsto, per l’accesso al quadriennio [...] un numero programmato, o quantomeno una selezione tramite test attitudinali....
Non sia mai che vogliamo regolare l'accesso alla professione semplicemente liberalizzandola, quindi diminuendo il rent-seeking dell'ordine, quindi diminuendone l'appetibilitá presso i giovani. Facciamo i test attitudinali, magari sondando la pre-disposizione al corporativismo, giusto per rinsaldare il vincolo tribale.
-quanto alle scuole di formazione post-universitarie, va premesso che l’avvocatura reputa siano da privilegiare, per la formazione del futuro avvocato, le scuole forensi, che stanno sorgendo sempre più numerose sull’intero territorio nazionale, rispetto alle scuole universitarie;
-deve quindi essere nuovamente attribuita in via esclusiva all’avvocatura la titolarità della formazione forense, e quindi la funzione di trasmissione del sapere e dell’identità professionale, e conseguentemente le Istituzioni dell’avvocatura, con la partecipazione ed il concorso di tutte le componenti, e prioritariamente delle associazioni forensi, dovranno continuare ad esercitare il doveroso ruolo di formazione ed il controllo di professionalità;
-vanno al più presto individuate risorse economiche pubbliche, per contribuire allo sviluppo ed al funzionamento delle scuole forensi, rivestendo la formazione dell’avvocatura, soggetto di giurisdizione, un innegabile interesse pubblico;
Insomma, lo Stato non si occupi degli affari nostri, di chi facciamo entrare nel circolo e chi lasciamo fuori. Pensi piuttosto a procurarci i soldi che ci servono per mantenere in piedi questo sistema dal quale guadagnamo solo noi che giá ci siamo dentro, e quelli, un giorno, tra molti anni, disposti ad accettare le nostre regole per entrare.
-quanto al
tirocinio, appare indispensabile prevedere una
pratica effettivamente professionalizzante, ossia
concretamente svolta, sotto la guida del dominus
[...] il ruolo del professionista
“dominus” deve essere esaltato quale
fonte di trasmissione dei saperi legati
all’esercizio della professione;
Il dominus, vi rendete conto? giusto per chi si fosse
confuso, cosi si capisce chi é il dominus e chi é il
servo.... E chiariamo subito le idee a chi magari
-povero illuso- pensava che a 25-30 anni potesse
avere la maturitá per imparare da altri gli attrezzi
del mestiere ma allo stesso tempo costruirsi
un'identitá e professionalitá propria. Non funziona
cosi: nella nostra gilda funziona alla maniera del
Satyiricon: Qualis dominus, talis et servus. Peraltro
mi sembra chiaro come il dominus si sia esaltato
abbondantemente da solo scrivendo questo delirio di
onnipotenza.
-va valutata l’opportunità di prevedere un equo
compenso indennitario al praticante, escludendo
comunque qualsiasi riferimento alla
“retribuzione”, trattandosi di rapporto
per nulla assimilabile allo schema del rapporto
subordinato o parasubordinato; detto compenso dovrà
risultare parametrato alla quantità e qualità del
lavoro svolto, pur sempre nell’ottica
dell’apprendimento;
E sia, valutiamo se la servitú sotto il giogo del
dominus meriti almeno un piccolo compenso. Trattasi,
sia bene inteso peró, di un'elargizione, perché é il
dominus che forma il servo e non quest'ultimo che
fatica per il padrone.
-dovranno venire
individuate precise modalità per caricare gli oneri
economici della formazione del futuro avvocato [...]
sullo Stato o sulle Regioni, [...] anche in relazione
all’equo compenso di cui sopra [...] va
nondimeno garantita, pur in presenza dei
finanziamenti pubblici suddetti, l’autonomia ed
indipendenza della professione forense dalla
ingerenza di ogni potere;
E qui siamo al parossismo dell'arroganza: Lo stato,
cioé la gente comune deve farsi carico di pagare i
ragazzi che vogliono entrare nella ristretta cerchia
di privilegiati (sempre nel lungo periodi si intende)
che poi su quello stesso stato e su quegli stessi
citttadini si rivalgono attraverso tutte le forme e
pratiche e distorsioni della concorrenza di cui
purtroppo leggiamo sui giornali (quando non li
viviamo personalmente).
Il documento peraltro prosegue con altre incredibili
proposte da gilda medioevale. Bersani davvero, se ce
la fai, facci entrare nell'era moderna...
L'Abi chiude il conto con Bersani
É successo che a seguito del decreto Bersani di questa estate che aboliva i costi di chiusura dei conti, l'Associazione Bancaria Italiana ha mandato agli associati una circolare sibillina che con la scusa di risolvere i problemi di intelligibilità del decreto (!!!), suggerisce ai suoi associati come aggirarne le norme. Ad esempio suggerisce che le condizioni del conto possono essere ancora cambiate unilateralmente per "giustificato motivo" oppure suggerische che per aggirare il divieto di imporre i costi di chiusura si può limitare il numero dei servizi base del conto su cui questi costi non possono essere applicati. Insomma, siamo di fronte al solito cartello oligopolista che cerca di coordinare il lavoro tra i membri, solo che da noi alle riunioni dei cartelli ci vanno i politici con tutti i crismi dell'ufficialità anche quando questi cartelli sono cosi spudorati da pubblicare sui loro siti i suggerimenti su come aggirare le leggi dello stato.
Leggiamo che Bersani si è rallegrato del tempestivo intervento dell'Antitrust. E cosi approdiamo al'epilogo più surreale della premessa. L'Abi comunica agli associati che in omaggio ai suggerimenti dell'antitrust, la precedente comunicazione con la quale si davano dei suggerimeti su come fare più grana aggirando la legge è da considerarsi ritirata. Praticamente un certificato di garanzia che il meccanismo funziona. Il tutto con la benedizione di Bersani e dell'antitrust.
L'OPA alla genovese
Grillo raccoglie deleghe. Raccoglie deleghe degli azionisti Telecom, degli azionisti dispersi, quelli che la teoria economica vede solo come detentori di capitale flottante ma soprattutto detentori di un interesse talmente marginale rispetto al pacchetto azionario totale da poter esercitare solo l'opzione di exit e non già quella di voice. Ed invece Grillo ci prova e si inventa la share action. Vuole presentarsi all'assemblea telecom, forte di un numero tale di deleghe da poter essere preso in considerazione e chiedere all'attuale gruppo direttivo di fare le valige per manifesta incompetenza.
Tronchetti fa Telecom a tronchetti
15 Mesi dopo, mentre già si sono defilati Hopa, Unicredit e Banca Intesa (un fuggi fuggi che a me ricorda parmalat); dopo che ci si è venduti Telespazio, Seat Pagine Gialle, Finsiel e Pirelli Cavi; dopo che il debito di Telecom è stato declassato perchè il capitano invece di ripagare i debiti, distribuisce (a se stesso) dividendi; dopo tutto questo, ecco la grande virata. Il grande capitano, lui solo al comando del vascello (che timona con scatole cinesi) verso l'approdo sicuro inverte la rotta. Indietro tutta. Ora TIM deve sganciarsi da Telecom ed essere venduta. Cosi esige la visione strategica, cosi vuole il nuovo lungimirante piano industriale. Cosi fanno le concorrenti (ma quali? ma chi?). Ci manca solo che ci dicano che cosi vuole l'Europa. Ancora una volta partono le fanfare per cercare di coprire con il chiasso i solito giochi della finanza italiana, dove mezzi satrapi con un pugno di azioni, controllano società di rilevanza pubblica (per il servizio che svolgono) con l'unico fine dell'arricchimento privato. Che a noi sta bene, sia chiaro; a condizione che nel tentare di arricchirsi, non finiscano con l'impoverire, se non addirittura dilapidare, quelle industrie dei cui servizi ci serviamo noi.
Beppe Grillo come segretario ONU
Chi ha iniziato per primo?
Uguale e Contraria. Eppure se fosse cosi, se fosse davvero uguale e contraria, non dovrebbe mai accadere. Se fosse contraria infatti, uno ci dovrebbe sempre pensare sopra prima di comettere un affronto, sapendo che andrebbe in contro ad una vendetta. Se fosse uguale d'altra parte, non dovrebbe mai degenerare fino alle spirali di violenza e vendetta che vediamo nei piccoli, cosi come nei grandi, fatti.
Un articolo del NYT di lunedi spiega l'arcano ricorrendo alle scienze comportamentali. In un esperimento i giocatori dovevano immedesimarsi in capi di stato che dovevano pronunciare una dichiarazione in reazione ad una dichiarazione del giocatore precedente. Alla fine dell'esperimento, quando veniva chiesto loro un commento circa una loro dichiarazione, essi ricordavano distintamente quale dichiarazione l'aveva preceduta e quindi provocata (e non ad esempio la reazione che era seguita). Se era la dichiarazione di un'altro che veniva sottoposta alla loro attenzione, essi si ricordavano nitidamente con quale dichiarazione avevano reagito loro in conseguenza (e non ad esempio quale era preceduta). C'é insomma una anomolia cognitiva per cui i partecipanti nell'esperimento ricordano meglio le cause delle loro azioni e le conseguenze delle azioni dei loro avversari.
Uguale e contraria. Se questa anomalia é persistente quindi, non necessariamente la reazione é sempre simmetricamente contraria giacché tendiamo a dimenticare le conseguenze delle nostre azioni e le cause che hanno portato alle azioni altrui.
In un altro esperimento invece, viene chiesto a delle coppie di volontari di utilizzare uno strumenTo meccanico attraverso il quale uno puó esercitare una pressione con il dito, pressione chel'altro percepisce tattilmente sul proprio dito. Dopo che il ricercatore applica la pressione inziale sul dito di uno dei due, a quest'ultimo é richiesto di esercitare la stessa pressione sul dito dell'altro volontario. A questo punto al secondo viene chiesto di restituire la stessa pressione al primo e cosi via. Il risultato é che ad ogni giro, la pressione aumenta del 40% nonostante i volontari ritengano di stare esercitando la stessa pressione subita. Una excalation di cui entrambi attribuiscono la responsabilitá all'altro. Un'altra anomalia cognitiva in quanto la propria reazione viene consistentemente sottostimata (o sovrastimata quella altrui).
Uguale e contraria. E tanto basta per mandare in crisi anche il primo aggettivo. Dal momento che la reazione é cognitivamente uguale, ma in realtá crescente.
Nei giochi da bambini, cosi come nella diplomazia internazionale abbiamo quindi una ragione in piú per tornare agli insegnamenti di Levinas e della sua etica dell'altro. Riconoscere l'inviolabilitá ed irriducibilitá dell'altro anche per compensare la nostra tendenza naturale a cadere nella spirale della legge del taglione.
nascere, bloggare e morire
Pasquale in questo post elenca un po di letteratura interessante circa la economics and politics dei blog.
Nel frattempo, a proposito di blog belli interessanti e mantenuti con costanza, segnalo : ".. ........ . .. sale della vita" (si con tutti quei puntini iniziali). Il tratto che lo contraddistingue (oltre ad avere un link a questo blog ovviamente
L'ACE che non é il succo di frutta
Oggi, quasi a confermare le nostre ambiziose speranze, ne parla anche l'Economist. Il Robert Axtell del pezzo peraltro era proprio il direttore della sumer school...
modelli, simulazioni, agenti
1 - se incontri un altro agente, proponigli un prezzo per il tappeto che stai vendendo
2 - accetta solo offerte da persone -pardon agenti - che conosci
3 - oppure fai agli atri quello che vorresti fosse fatto a te (e vendicati se questi ultimi ti fanno qualcosa che non avresti voluto).
Il passo successivo é quello di inserire questi agenti in un programma e farli interagire. Decine, migliaia, fino a milioni di agenti, interagiscono per decine, migliaia fino a milioni di volte. E poi si scopre cosa succede analizzando i dati. Questo metodo di indagine, é relativamente nuovo nel campo economico, anche se viene usato da molto tempo in altre discipline come la biologia, la sociologia e le scienze cognitive. ́́É molto promettente ed interessante, ma necessita di saper programmare al computer. E questo é oggi lo scoglio nel quale mi infrango. Ma non vi tedio oltre.
Vi lascio invece con questo modello divertente ed interessante. Quante volte vi siete chiesti perché in autostrada ognitanto si formano inspiegabilmente dei rallentamenti senza che vi siano restrizioni, lavori od incidenti di sorta? Questo modellino vi fa vedere come le varie automobili -pardon agenti- sulla strada, superata una certa soglia di congestione, fanno emergere le proprietá dei fluidi con delle vere e proprie onde di rallentamenti ed accelerazioni. Poche istruzioni: regolate i parametri come preferite e poi cliccate su setup per predisporre le automobili, ed infine su go per far partire il modello.
Dimenticavo. Il programma ci mette un po' a caricare (giusto il tempo di aver letto le mie nuove) e richiede che sul computer sia installato Java (scaricatelo qui). Il programma é fatto con NetLogo. Altre informazioni sugli Agent base models le trovate qui
Ri-fondazione comunale: le charities nel paese dei campanili
Ottimo! Super! Per una volta siamo in cima ad una classifica dove vale la pena di essere tra i primi (di solito si primeggia nelle classifiche piú disdicevoli). Chapeau a Ciampi ed alla sua riforma dei primi anni novanta. Bravi Bello. Ottimo.
Ma poi mi domando, ma che cosa fanno queste fondazioni con questi capitali? Perché sentiamo parlare di come la Gates foundation finanzia la ricerca sulla malaria, di come la fondazione Rockfeller finanzia la ricerca medica, di come Carnegie costruisce biblioteche ma poco o niente si sa di MPS e Cariplo? Si certo ci sono da finanziare le attivitá del palio e le mostre di Duccio. Si certo ci sono gli enti musicali e gli archivi storici lombardi... Ma la prospettiva sembra sempre un po' troppo campanilistica per delle istituzioni in testa alle classifiche globali, non vi pare?
Mah... nel frattempo mi godo questa summer school qui a Trento. Un ottima scuola, intensa e interessantissima, sponsorizzata per buona parte dalla fondazione Latsis.
Tassinari ed altri avvocaticchi
Dalla soddisfazione passo alla risata grassa quando leggo la seguente dichiarazione di Loreno Bittarelli, un sindacalista dei tassisti: Tutti i tassisti dei radiotaxi aderenti all’Uri – conclude il presidente - lotteranno duramente per difendere i loro diritti e quelli della loro utenza che con la liberalizzazione dei taxi si troverebbe a dover usufruire di un servizio qualitativamente sempre più scadente”.
Ora signor Bittarelli, le parlo da utente di taxi romano. Non si permetta di prendere posizioni in mia vece ed in mia difesa. Dica le cose come stanno. Dica che difende gli interessi dei suoi associati. Ma ai nostri interessi, le assicuro, ci pensa meglio Bersani di lei.
Mi fa impazzire questa cosa. Avvocati, Farmacisti, Notai, Tassisti e Panettieri: tutti a pensare ai miei interessi, tutti premurosi verso la qualitá del servizio che deve essermi assicurato. Grazie a tutti per l'interessamento, ma so prendermi cura dei miei interessi da solo!!!
PS. Segnalatemi altri Bittarelli se vi capita di leggerne sui giornali. Altri paladini dei consumatori a cui nessuno consumatore ha richiesto difesa. Raccogliamo le frasi celebri di questi corporativisti. Sperando che con l'approvazione del decreto Bersani, ci possiamo poi fare un paper del tipo " il rent-seeking in Italia dalle gilde medioevali ai tassisti.
PS2. Ma non ce la facciamo a rilascare le nuove licenze taxi prima che questi facciano lo sciopero? Nel caso mi impegnerei a fare cinque viaggi in una sola giornata su un nuovo taxi liberalizzato.
Vinci la lotteria dei mondiali....
Secondo i guru dell'economia una vittoria degli azzurri - ma anche dei padroni di casa - sarebbe auspicabile: crescerebbe il Pil, e salirebbero gli indici di borsa. E le ripercussioni positive si estenderebbero anche al sistema economico globale, riequilibrando gli scompensi generati dalle diverse velocità di crescita dei Paesi.
Ora mi domando se un paese debba arrivare al punto di sperare nei mondiali per una boccata d'ossigeno. Ma é davvero possibile che anche delle istituzioni economiche prestigiose quali il Financial Times, e l'ufficio studi di ABN-AMRO preferiscano affidarsi al colpo di fortuna piuttosto che non al lavoro sodo e meticoloso dello sviluppo...
A questo punto mi chiedo se non sia il caso di organizzare una bella lotteria internazionale. Ogni paese mette -diciamo- lo 0,2% del PIL in un bel calderone, magari nei forzieri del fondo monetario, e poi, una volta all'anno, estraiamo a sorte lo stato fortunato vincitore della lotteria piú ricca che ci sia. Ecco la soluzione ai problemi di bilancio. Ecco come rimediare i soldi per gli ospedali. Ecoo come piantarla con il tormentone di quei soloni di Bruxelles che pretendono -pensa te- i conti in ordine. Ecco come superare in creativitá finanziaria persino quel mattacchione di Tremonti. Vinciamo ai mondiali, vinciamo alla lotteria, ALLEGRIA!!!!
L'effetto [di scoprirsi dentro una] serra
Eppure qui se ne parla, se ne discute. Il problema del riscaldamento globale, soprattutto dopo l'uragano Katrina dello scorso anno, é sulla bocca di tutti. É nei giornali in continuazione: il New York Times di ieri con un editoriale di Paul Krugman ad esempio. É nei programmi di alcune (sempre troppo poche poche, siamo d'accordo), aziende che si stanno convertendo al concetto di zero-emissioni; é nelle pubblicitá martellante delle automobili ibride ed ecologiche; é nei cinema con la faccia di une ex-candidato alla Casa Bianca; é persino nei discorsi degli economisti liberisti e libertari che fino all'altro ieri erano forse gli oppositori piú accaniti di Kyoto.
Insomma é una paese che ne discute, seriamente. L'amministrazione per ora ignora quasi completamente questa marea montante. Ma la mia previsione, diciamo soprattutto la mia speranza, é che tra poco vedremo questo paese che fin ora é stato il critico piú feroce di Kyoto, diventare il piú forte paladino di un mondo a "basse emissioni". Ancora un altro wishful thinking?
PS. Io non dimentico la promessa di Prodi di voler ricoprire il nostro paese di pannelli solari. Davvero uno dei pochi momenti di alta politica di questa -finalmente finita- campagna elettorale.
quelli che il valore legale... e quelli che il valore e basta...
Al contrario, la laurea che ci consegnano le universitá italiane é una vera fonte di privilegi, almeno sulla carta. Ci permette di accedere a concorsi, fare scattare punteggi, soglie, detrazioni, rinvii e quant'altro. Per di piú ci costa molto poco in termini finanziari: meno di 1000 euro l'anno.
Eppure... eppure....
Questa settimana c'é stato il commencement qui a Yale. metto
online alcune foto, perché credo che le mie parole
non riescano a descrivere propriamente l'atmosfera
di partecipazione, orgoglio e celebrazione che
circondava la cerimonia di consegna delle lauree.
Forse qualcuno le troverá pompose, cerimonionse,
pretenziose. Si, forse sono per qualuno "le solite
americanate". Ma quanto valore viene attribuito a
quel pezzo di carta che legalmente non vale nulla!
Peró... peró....
Mi scorrono negli occhi invece le immagini di
discussioni di laurea con professori annoiati,
seguite dagli atti gogliardici degli amici che in
molti casi (non é stato cosi nel mio, per fortuna)
rasentano l'umiliazione. Mi vengono in mente
professori che ti suggeriscono di intrapprendere
altre carriere, intervistatori che ti dicono che la
laurea oggigiorno non basta, che ci vuole il master..
le lingue... gli stage (come se queste non dovessero
gia far parte del percorso di studio). Insomma, pieno
valore legale ma poco valore in se...
PS. qui c'é anche il video del discorso del
preside...
calcio stato, calcio mercato
Aggiungo la mia. Credo che ci siano altre questioni su cui bisogna assolutamente rescindere, non tanto il conflitto di interessi tra le varie parti della commedia (TV, squadre, procuratori), ma piuttosto le commistioni tra il teatro ed il pubblico pagante; tra interesse del pubblico ed interesse della categoria; tra ordinamento statale ed ordinamento privato.
La prima questione é quella della sicurezza. É noto che ormai la frequentazione dei luoghi del calcio é pratica riservata alle bande ed ai branchi delle tifoserie. E questo nonostante ogni domenica l'Italia dispieghi piú forze dell'ordine negli stadi di quanti soldati impiega nelle missioni di pace all'estero. L'esperienza inglese ci deve essere di lezione. Le strutture sportive devono essere sotto la responsabilitá delle squadre che devono garantire la sicurezza. Alle societá deve essere imputata la responsabilitá oggettiva per quanto avviene nelle strutture e fuori. Ci pensino loro a reprimere le tifoserie. Se non lo vogliono fare che ci pensino loro a pagarsi delle forze di sicurezza. Altrimenti siamo alle solite: costi pubblici di sicurezza, e benefici privati nell'incentivare il tifo viscerale (che significa tanti abbonamenti).
La seconda distinzione da fare riguarda la giustizia sportiva. Forse sono radicale su questo punto, ma credo che i magistrati non si dovrebbero occupare di queste vicende, se non quando assumono rilevanza penale. Avrebbero dovuto farlo i giornali magari i giornali sportivi che avrebbero senza'altro reso un servizio migliore ai propri lettori scoperchiando gli scandali piuttosto che raccontarci delle ultime trattative di Totti con la Roma. La credibilitá del sistema dovrebbe essere puramente reputazionale, pena la scomparsa per disinteresse da parte del pubblico. Se il calcio non é in grado di organizzare una propria giustizia, ma vuole fare ricorso alle strutture pubbliche, bisognerebbe trovare un modo per far pagare il servizio legale reso dai tribunali della Repubblica alla lega calcio.
La terza distinzione riguarda la necessitá di riportare la gestione delle societá di calcio, la corporate governance direbbero economisti ed avvocati, nell'alveo del diritto societario vigente per tutte le altre imprese. La vicinanza tra politica e mondo del calcio ha prodotto una fila lunga ed inconfessabile di deroghe ed eccezioni di cui l decreto spalma debiti é stato solo la punta dell'iceberg. Dai bilanci farsa, agli azzardi finanziari, alle compravendite di calciatori usate come strumenti per nascondere a volte profitti, a volte debiti, altre volte transazioni poco chiare. Le societá di calcio devono tornare ad obbedire alle regole vigenti per tutte le altre imprese private!
Se il calcio non é in grado di camminare con le proprie gambe, come tutte le associazioni e le imprese private devono saper fare, perché deve essere il pubblico a farsene carico? Il concetto espresso in questo modo forse é mal posto. Ci riprovo: forse il calcio é caduto cosi in basso perché ha sempre confidato nella possibilitá di appoggiarsi alla spalla pubblica. Per il bene del calcio forse é giunto il momento di fargli mancare questa spalla!!!
Editor dello Yale Journal of Regulation
10 buone ragioni per l'accademico
McAleer M and Oxley. 2005. The Ten Commandments for Academics. Journal of Economic Surveys
McAleer M and Oxley. 2002. The Ten Commandments for Presenting a Conference Paper. Journal of Economic Surveys
McAleer M and Oxley. 2001. The Ten Commandments for Attending a Conference. Journal of Economic Surveys
McAleer, M. 1997. The Ten Commandments for Organizing a Conference. Journal of Economic Surveys
La cosa inquietante è che gli articoli sono pubblicati su una rivista scientifica, che gli articoli sono citati tra di loro e che addirittura gli autori riconoscono il supporto finanziario di vari enti di ricerca. La lettura però è piacevole e la consiglio a tutti quelli che praticano o bramano di praticare (come il sottoscritto) la carriera accademica.
Lo sciopero virtuale
L'idea dello sciopero virtuale in breve è la seguente: il lavoratore in sciopero si reca al lavoro regolarmente. La sua paga viene però accantonata dall’azienda che mette nello stesso angolo anche i profitti della giornata, oppure un multiplo dello stipendio giornaliero del lavoratore. Questi soldi messi da parte potrebbero andare in beneficenza, oppure aspettare una futura parziale redistribuzione tra le parti. Si mantiene il rituale dell sciopero, con lavoratori ed aziende che misurano la reciproca forza contrattuale in base alla loro capacità di resistere ai danni che si infliggono. Ma ne abbiamo alleviato le conseguenze per le parti terze che sempre più ne soffrono (pensiamo agli scioperi nel trasporto pubblico ad esempio) Nessuna vittima collaterale infatti deve soffrire i disservizi, nessuna ricchezza viene distrutta mentre si tenta di re-distribuirne una parte di essa tra le parti.
Noi siamo abituati a pensare allo sciopero come l'unica arma in mano al lavoratore per punire l'azienda. Per renderlo un arma efficace però abbiamo dovuto "disarmare" l'azienda privandola della possibilità di sostituire il lavoratore quando egli sciopera. Mi preme sottolineare questo per confutare una obiezione che insorge facilmente e cioè che lo sciopero sia l'unica arma efficace perché l'unica che possa essere usata unilateralmente, dal lavoratore. Ma è cosi solo in quanto impediamo per legge all'azienda di reagire. Ma se questo è vero, perché non pensare di usare la legge per introdurre strumenti più creativi e soprattutto meno dannosi?
Prendiamo ad esempio il caso di alcuni tipi di lavori quali il casellante, il bigliettaio, il guardiano del museo etc. che consistono nell'impedire il free-riding sui beni e servizi prodotti dalle aziende. Per queste categorie il lavoratore potrebbe punire l'azienda non impedendo il freeriding. Il vantaggio: non c'è perdita secca ma i consumatori anzi godono di una redistribuzione di ricchezza da parte dell'azienda mentre l'azienda è punita perché perde i profitti. L'idea è qui quella di creare un istituto che da una parte sacrifichi lo stipendio del lavoratore ( il lavoratore dovrebbe comunque perdere un po' di stipendio altrimenti avrebbe l'incentivo a farlo di continuo) e dall'altro impedisca all'azienda di punire il lavoratore perché non "ha controllato" il free-riding.
L'altra opzione valida per tutte le categorie, è quella dello sciopero virtuale. Ma per questo vi rimando agli articoli di Ichino e Ayres sopra.










