Università
Qui fa freddo
06 02 09 | Ore: 16:14 | Categoria:
Il merimito
22 01 09 | Ore: 12:09 | Categoria:
Sono figlio del tempo e come tale negli ultimi anni
diventato grande fan del merito. Si, il merito come
meccanismo di selezione della classe dirigente. Il
merito come premio per l’impegno individuale.
Il merito come etica sociale. Alzi la mano
chi oggi non si dichiara ciecamente e fideisticamente
meritocratico!
In effetti io uno l’ho trovato. E da quando -da più di un anno- ho avuto modo di entrare nel merito del merito attraverso le chiaccherate ed i seminari con il prof, in effetti qualche dubbio mi è venuto. Forse il merito merita qualche approfondimento. Questo post fiorisce su un post precedente pubblicato sul blog di Econometica.
Il concetto va approfondito in almeno due direzioni. Innazitutto bisogna capire quali meriti premia il criterio meritocratico. Cito Sacconi: Di cosa ha merito chi è meritevole? Come si misura il merito? L’aver ottenuto un risultato implica avere il merito per quel risultato? Chi ha avuto successo è perciò stesso meritevole?
In effetti, se il merito premia un vantaggio biologico, un accidente del destino, o premia ex-post il consolidarsi dello status-quo (come la storia, anche il merito può essere determinato dai vincitori) esso perde, per chi si sente di sinistra, il suo fascino ideale e le sue implicazioni politiche. Anzi: la sua rilevanza politica viene paradossalmente capovolta. E, da concetto di sinistra, -Sacconi questo sostiene- il merito finisce per essere un concetto di destra.
In fondo non è una considerazione che dovrebbe sorprenderci. Se le parole hanno ancora senso, la stessa meritocrazia (governo dei meritevoli) è come tale vicina all’aristocrazia (governo dei migliori, secondo qualche criterio) ed alquanto distante dalla democrazia (governo del popolo, inclusi quindi i senza-merito). Intendiamoci, non è scritto da nessuna parte che bisogna essere per forza democratici, ma per limpidezza intellettuale sarebbe quantomeno necessario qualificare come si possa essere allo stesso tempo democratici e meritocratici.
Possiamo magari restringere artificialmente il concetto di merito ad un significato che, politicamente, sia più affine ai valori della sinistra. Il merito come misura dello sforzo; dell’intensità dell’impegno profuso; della coerenza e responsabilità verso gli impegni presi. Se questo è il merito però, significa che, paradossalmente, le persone molto dotate naturalmente e perciò stesso non bisognose di operare grandi sforzi per ottenere quello che si prefiggono, vadano penalizzate rispetto ad individui poco dotati ma che dimostrino grande determinazione. Come le insegnanti dei telefilm, rimproveriamo quello che “non è stupido, è che non si applica”. Ma tra il “non-stupido che si applica senza sforzo” e lo “stupido che si applica con grande sforzo”, dobbiamo preferire il secondo al primo. Siamo sicuri che tutti i meritocratici di sinistra sottoscrivano questo?
Infine arriviamo ai paradossi del merito, cosi come li descrive Sacconi:
-Dobbiamo premiare quelli che pubblicano su certe riviste? Di certo chi pubblica su quelle riviste soddisfa gli standard di merito di chi valuta, ma potremmo scoprire che di fatto solo quelli che appartengono a un certo network (di istituzioni ) pubblichino su quelle riviste, poiché l’appartenenza alle istituzioni è vista come garanzia (approssimata) del merito in mancanza di migliori informazioni. Il risultato è che le opportunità non sono uguali , e anche gruppi meritocratici possono esercitare decisioni discriminatorie.
-In un’ azienda dobbiamo premiare in base al merito? Ma se la produttività è congiunta come facciamo? Posto che il valore degli investimenti sia coperto, probabilmente il premio va in parti uguali. Il meritocratico inorridisce.
-Dobbiamo detassare la parte base del salario , garantita dal contratto nazionale, o quella variabile (premi ecc)? Se il salario di cittadinanza è quello al quale tutti hanno diritto, perché assicura la dotazione necessaria per essere attivi e un minimo indipendenti nel mondo del lavoro, non dovrebbe essere gravato da forte tassazione; mentre quello basato sul contributo individuale dovrebbe essere tassato in modo che ciascuno contribuisca a sostenere i beni pubblici in base alle sue capacità. Ma i meritocratici invece vorrebbero detassare la parte variabile.
-Se esiste asimmetria informativa, per incentivare il lavoratore a non dormire io darò di più a chi ottiene un risultato migliore. Ma potrebbe non avere nessun merito sul risultato (il risultato potrebbe essere determinato da fattori casuali esterni) . Per incentivare, non premio il merito ma la fortuna (in certi casi).
Food for thought. E’ giunto il tempo di demitizzare il merito. Ma non allo scopo di abbandonarne l’applicazione (mai peraltro introdotta in molti ambiti qui da noi) quanto piuttosto di definire i contorni della sua applicazione. Credo che in certi ambiti -vedi l’università- sia più importante tenersi stretti il meccanismo di selezione meritocratico anche se questo significa rinunciare a quello democratico. Il realizzare che esiste un certo grado di incompatibilità tra i due conduce forse a fare scelte più consapevoli.
In effetti io uno l’ho trovato. E da quando -da più di un anno- ho avuto modo di entrare nel merito del merito attraverso le chiaccherate ed i seminari con il prof, in effetti qualche dubbio mi è venuto. Forse il merito merita qualche approfondimento. Questo post fiorisce su un post precedente pubblicato sul blog di Econometica.
Il concetto va approfondito in almeno due direzioni. Innazitutto bisogna capire quali meriti premia il criterio meritocratico. Cito Sacconi: Di cosa ha merito chi è meritevole? Come si misura il merito? L’aver ottenuto un risultato implica avere il merito per quel risultato? Chi ha avuto successo è perciò stesso meritevole?
In effetti, se il merito premia un vantaggio biologico, un accidente del destino, o premia ex-post il consolidarsi dello status-quo (come la storia, anche il merito può essere determinato dai vincitori) esso perde, per chi si sente di sinistra, il suo fascino ideale e le sue implicazioni politiche. Anzi: la sua rilevanza politica viene paradossalmente capovolta. E, da concetto di sinistra, -Sacconi questo sostiene- il merito finisce per essere un concetto di destra.
In fondo non è una considerazione che dovrebbe sorprenderci. Se le parole hanno ancora senso, la stessa meritocrazia (governo dei meritevoli) è come tale vicina all’aristocrazia (governo dei migliori, secondo qualche criterio) ed alquanto distante dalla democrazia (governo del popolo, inclusi quindi i senza-merito). Intendiamoci, non è scritto da nessuna parte che bisogna essere per forza democratici, ma per limpidezza intellettuale sarebbe quantomeno necessario qualificare come si possa essere allo stesso tempo democratici e meritocratici.
Possiamo magari restringere artificialmente il concetto di merito ad un significato che, politicamente, sia più affine ai valori della sinistra. Il merito come misura dello sforzo; dell’intensità dell’impegno profuso; della coerenza e responsabilità verso gli impegni presi. Se questo è il merito però, significa che, paradossalmente, le persone molto dotate naturalmente e perciò stesso non bisognose di operare grandi sforzi per ottenere quello che si prefiggono, vadano penalizzate rispetto ad individui poco dotati ma che dimostrino grande determinazione. Come le insegnanti dei telefilm, rimproveriamo quello che “non è stupido, è che non si applica”. Ma tra il “non-stupido che si applica senza sforzo” e lo “stupido che si applica con grande sforzo”, dobbiamo preferire il secondo al primo. Siamo sicuri che tutti i meritocratici di sinistra sottoscrivano questo?
Infine arriviamo ai paradossi del merito, cosi come li descrive Sacconi:
-Dobbiamo premiare quelli che pubblicano su certe riviste? Di certo chi pubblica su quelle riviste soddisfa gli standard di merito di chi valuta, ma potremmo scoprire che di fatto solo quelli che appartengono a un certo network (di istituzioni ) pubblichino su quelle riviste, poiché l’appartenenza alle istituzioni è vista come garanzia (approssimata) del merito in mancanza di migliori informazioni. Il risultato è che le opportunità non sono uguali , e anche gruppi meritocratici possono esercitare decisioni discriminatorie.
-In un’ azienda dobbiamo premiare in base al merito? Ma se la produttività è congiunta come facciamo? Posto che il valore degli investimenti sia coperto, probabilmente il premio va in parti uguali. Il meritocratico inorridisce.
-Dobbiamo detassare la parte base del salario , garantita dal contratto nazionale, o quella variabile (premi ecc)? Se il salario di cittadinanza è quello al quale tutti hanno diritto, perché assicura la dotazione necessaria per essere attivi e un minimo indipendenti nel mondo del lavoro, non dovrebbe essere gravato da forte tassazione; mentre quello basato sul contributo individuale dovrebbe essere tassato in modo che ciascuno contribuisca a sostenere i beni pubblici in base alle sue capacità. Ma i meritocratici invece vorrebbero detassare la parte variabile.
-Se esiste asimmetria informativa, per incentivare il lavoratore a non dormire io darò di più a chi ottiene un risultato migliore. Ma potrebbe non avere nessun merito sul risultato (il risultato potrebbe essere determinato da fattori casuali esterni) . Per incentivare, non premio il merito ma la fortuna (in certi casi).
Food for thought. E’ giunto il tempo di demitizzare il merito. Ma non allo scopo di abbandonarne l’applicazione (mai peraltro introdotta in molti ambiti qui da noi) quanto piuttosto di definire i contorni della sua applicazione. Credo che in certi ambiti -vedi l’università- sia più importante tenersi stretti il meccanismo di selezione meritocratico anche se questo significa rinunciare a quello democratico. Il realizzare che esiste un certo grado di incompatibilità tra i due conduce forse a fare scelte più consapevoli.
The underdogs
21 11 08 | Ore: 19:10 | Categoria:
Questa é stata la nostra settimana. Una settimana da
underdog. Lucia martedi si é
conquistata un posto da ricercatrice che dicevano
fosse stato concepito, impacchettato e prenotato
per qualcun’altro. Io oggi porto a casa
l’assegno di ricerca prendendomi anche la
prima posizione in graduatoria. Abbiamo vinto.
Abbiamo vinto da underdog, e questo
raddoppia la soddisfazione nostra ma forse dice
qualcosa che é rilevante anche per altri.
I cinici mi diano il beneficio del dubbio e leggano alla fine cosa ho da dire loro*. Per tutti gli altri, quelli che sono scorati a leggere le storie dei cervelli in fuga, quelli che guardano altrove disgustati dagli scandali universitari che in questi giorni riempiono i giornali, posso dire con tutta sincerità, ed in coscienza, che per quello che mi é stato dato modo di vedere, almeno queste due volte, martedi a Roma ed oggi qui a Milano, é semplicemente andata come doveva andare.
*Certo un cinico potrebbe obbiettare che é una curiosa coincidenza l’argomentare che é andata secondo le regole proprio quando si vince. In fondo il figlio del rettore che vince il concorso blindato non potrebbe che dire la medesima cosa. E se non fosse proprio freddo e razionale calcolo (non posso dire che è stata una porcata altrimenti finisco dentro insieme a papà rettore) sarebbe quantomeno distorsione cognitiva (ho vinto io che sono il bravo e quindi é stato per forza un concorso meritocratico). Al cinico potrei rispondere con certificati anagrafici, alberi genealogici, CV miei e degli altri concorrenti e cosi via. Ma in fondo, in una settimana così, del cinico non mi importa nulla.
I cinici mi diano il beneficio del dubbio e leggano alla fine cosa ho da dire loro*. Per tutti gli altri, quelli che sono scorati a leggere le storie dei cervelli in fuga, quelli che guardano altrove disgustati dagli scandali universitari che in questi giorni riempiono i giornali, posso dire con tutta sincerità, ed in coscienza, che per quello che mi é stato dato modo di vedere, almeno queste due volte, martedi a Roma ed oggi qui a Milano, é semplicemente andata come doveva andare.
*Certo un cinico potrebbe obbiettare che é una curiosa coincidenza l’argomentare che é andata secondo le regole proprio quando si vince. In fondo il figlio del rettore che vince il concorso blindato non potrebbe che dire la medesima cosa. E se non fosse proprio freddo e razionale calcolo (non posso dire che è stata una porcata altrimenti finisco dentro insieme a papà rettore) sarebbe quantomeno distorsione cognitiva (ho vinto io che sono il bravo e quindi é stato per forza un concorso meritocratico). Al cinico potrei rispondere con certificati anagrafici, alberi genealogici, CV miei e degli altri concorrenti e cosi via. Ma in fondo, in una settimana così, del cinico non mi importa nulla.
No, l'onda le riforme non le vuole
18 11 08 | Ore: 15:16 | Categoria:
Mentre mi ascolto Perotti intervistato da Severgnini, riposto qui un pezzo scritto per iMille sull’onda.
L’onda è il miglior alleato dei baroni. Ne è consapevole?
L’università italiana è un sistema ingessato. Lo è sicuramente la parte che lambisce molta della classe accademica. Lo hanno detto tutti, persino gli accademici stessi. Non mi sembra ci sia bisogno di aggiungere altro. Io temo che lo sia anche la parte che coinvolge la classe studentesca. Almeno quella parte che si riconosce nel movimento dell’onda. Almeno quella che se la sente di sottoscrivere questi tre documenti che ieri sono stati pubblicati sul sito ateneinrivolta.org e che dovrebbero rappresentare la piattaforma dell’onda.
Ecco, se quella contenuta nella piattaforma è l’università che vuole l’onda, non si capisce quale sia la differenza rispetto all’università che vogliono conservare i baroni. Esiste un incastro perfetto, quasi una complementarietà tra le due idee di università con l’unica differenza che i baroni vorrebbero magari tirare un pochino più di soldi dalla loro (magari per qualche bel concorsetto da ordinario, o qualche privilegio baronale in più
Insomma è un problema distributivo, su come dividersi le spoglie di questa università. Ma sulla sostanza dell’università che vogliono vi è quasi totale convergenza. E’ una tesi forte la mia? Prendo e commento quattro punti delle proposte dell’onda (in neretto) per sostenere la mia tesi. Ce ne sono di più ovviamente, ma il post si allungherebbe a dismisura.
1)Abolizione del sistema del 3+2 così come del sistema del credito. [WORKSHOP DIDATTICA]
Francamente non mi è chiaro l’obiettivo ma ho ben chiaro quale sarebbe il risultato. Tornerebbe impossibile fare confronti internazionali con gli altri paesi europei, scambiare studenti in entrata ed uscita e rendere facilmente riconoscibili i titoli di studio con le gravi conseguenze per la mobilità lavorativa. Ah, naturalmente sarebbe più difficile anche confrontare la qualità di didattica e ricerca. A chi credete che farebbe piacere?
4)Critica della meritocrazia e sua applicazione in Italia. Non devono esistere poli di eccellenza contrapposti al resto delle universitá, a maggior ragione se autoproclamati come nel caso dell'AQUIS. In secondo luogo si è svolta una critica ai parametri di valutazione schiacciati sulla produttivitá, e nello stesso tempo si sono proposte nuove forme che privilegiassero la valutazione dal basso e la qualitá. [WORKSHOP DIDATTICA]
Evito del facile sarcasmo. La frase si commenta da sola. Però mettiamo un altro punto fermo: l’onda rifugge il merito come criterio di selezione e distribuzione delle risorse nell’università. E chi pensate che festeggi di più sentendo queste parole?
2)L'autonomia della ricerca e la qualita' dell'universita' pubblica non possono essere disgiunte dalla realizzazione di un nuovo concetto di valutazione. Tale concetto, piu' complesso della combinazione di indici presuntamente quantitativi, non deve essere legato al contenimento del bilancio, alla produzione di brevetti o al semplice numero delle pubblicazioni. Pensiamo che la valutazione debba essere intesa anche come rendicontazione sociale delle attività degli atenei e del sistema nel suo complesso, che non possa prescindere dai contesti territoriali in cui le università sono inserite. Contemporaneamente, ribadiamo che anche docenti, ricercatori e dottorandi dovrebbero essere coinvolti nei processi di valutazione. Gli esiti della valutazione della didattica e della ricerca dovrebbero condizionare la distribuzione di parte dei finanziamenti per gli atenei sia nella distribuzione dei finanziamenti ai singoli. [WORKSHOP RICERCA].
In sostanza, va bene che si faccia la valutazione, ma lasciamo stare i criteri quantitativi che utilizzano in tutto il mondo e che sono trasparenti ed oggettivi come l’impact factor o i brevetti e prendiamo piuttosto dei criteri fumosi dietro i quali possiamo giustificare tutto ed il suo contrario e distribuiamo i fondi in base a questi criteri. Si passi da un finanziamento a pioggia (a-meritocratico) ad uno fumosamente dirottabile (anti-meritocratico). Chi credete che festeggerà?
5)Abolizione dei blocchi all'accesso e lungo il percorso di formazione superiore. I blocchi devono essere eliminati sia come sistema di esclusione dal diritto allo studio, sia come filtri progressivi di stratificazione sociale. [WORKSHOP DIDATTICA].
Via i blocchi. Via la selezione all’entrata. E pazienza se cosi facendo si degrada la qualità dell’insegnamento di quelle facoltà che non possono tollerare troppi studenti per le loro strutture. E pazienza se qualche ateneo vorrebbe puntare sulla qualità in modo da attirare gli studenti migliori. Ma l’università senza merito chi esclude davvero? Non i ricchi, che possono benissimo pagarsi l’università privata, quella estera, oppure trovare degli agi e scorciatoie nell’università mediocre e sovraffollata di oggi.
La realtà dell’università italiana è che già oggi è frequentata in maniera preponderante dai figli delle classi agiate. Che vi entrano senza blocchi ed a costi irrisori, gravando ovviamente sulla tassazione generale. La realtà è che oggi le tasse delle classi meno abbienti sovvenzionano gli studi dei figli dei ricchi. Ed allora che cosa provoca la “stratificazione sociale”? Un’università che funziona come tassa regressiva sui poveri ed a favore dei ricchi oppure una università che fa entrare i bravi ed i bisognosi con le borse di studio e fa pagare pienamente il costo dei propri studi a tutti gli altri? E non si creda che i baroni si dannino l’anima per i numeri chiusi: un’università mediocre, di massa e senza merito è il miglior luogo dove piazzare il proprio clan senza troppe complicazioni.
Cara onda, forse come dice falso idilio, sei solo inconsapevolmente ed innocentemente prigioniera di vecchie impostazioni. Non me ne volere quindi se ti faccio notare che quello che tu forse credi idealmente come il luogo della tua università ideale somiglia troppo da vicino all’incubo nel quale siamo già oggi imprigionati.
Concludo con tre disclaimers , dal momento che il titolo è volutamente provocatorio e scatenerà polemiche:
1) Ho chiesto a iMille di ospitare questo mio pensiero. So che non riflette quello di molti de iMille quindi l’invito è di mandare alla redazione articoli a sostegno all’onda, se qualcuno se la sente.
2) Onde evitare di essere accusato di distanza dai problemi dell’onda metto subito in chiaro di essere uno dei tanti post-doc (quelli che adesso un po’ teatralmente chiamano precari della ricerca). Sono uno dei tanti ripeto. Ma non mi si accusi di essere estraneo, lontano o superiore ai problemi discussi dall’onda.
3) Infine penso come tutti che il decreto Gelmini non risolva un bel nulla dei problemi dell’università. Al più, fa risparmiare al contribuente un po’ di soldi che –bisogna dirlo- verrebbero comunque in buona parte sprecati.
Ma l'onda le vuole davvero le riforme?
16 11 08 | Ore: 08:59 | Categoria:
Lo stato preoccupante dell’università è dovuto
totalmente alle colpe della classe politica ed
accademica ed una riforma seria deve cominciare
proprio dal rimediare le storture da queste prodotte.
Ma i nuovi studenti dell'onda che Venerdi sono scesi
nelle piazze di Roma, sono davvero pronti per vivere
un’università diversa da questa?
Ne ho scritto ieri sul blog de iMIlle.
Ne ho scritto ieri sul blog de iMIlle.
Gelmini e dintorni
30 10 08 | Ore: 15:00 | Categoria:
Tutto quello che avrei voluto dire io sulla
non-riforma Gelmini e sulla inconsistente, confusa e
conservatrice protesta che la combatte, lo scrive con
uno stile asciutto e lapidario Francesco Costa, già spin doctor
di Scalfarotto alle ultime elezioni.
Da Beccaria a Becker
23 10 08 | Ore: 22:59 | Categoria:
Per gli studenti del corso di Etica ed Economia,
le slides della lezione di oggi sono qua.
Non mi basta essere contro la Gelmini
17 10 08 | Ore: 08:56 | Categoria:
Una università più meritocratica
La recente approvazione della legge n.133, 6 Agosto 2008, ha riportato l'attenzione del Paese sullo stato dell'Università. Da molti anni esiste un consenso internazionale sul fatto che l'Università italiana soffra di vari e gravi mali che ne impediscono un corretto funzionamento. Le insufficienze sono forse più platealmente evidenti nel campo della ricerca, ma anche sul versante della didattica vi sono evidenti problemi riguardo al numero di fuoricorso, al ridotto numero di laureati rispetto agli iscritti, all'inadeguatezza della formazione universitaria per il mercato del lavoro. In ambito internazionale esiste anche un diffuso consenso secondo cui gran parte di questi mali troverebbe soluzione se si adottasse un sistema di merito che premi le università virtuose ed emargini quelle mediocri. Qualifichiamo come "internazionale" la natura del consenso perché fuori d'Italia nessuno dubita che tale sia il problema, mentre all'interno del Paese, ed all'interno del mondo universitario italiano, ancora poche sono le voci francamente critiche, mentre ancora troppi sono coloro che sostengono che tutto va bene o che i pochi problemi derivano soltanto da scarsità di risorse. Negli ultimi quattro mesi ci hanno rinfrancato le frequenti dichiarazioni in cui il ministro Gelmini affermava di essere consapevole dell'importanza di una riforma meritocratica del settore.
Il contenuto effettivo della legge 133, per la parte che attiene al settore universitario, ci ha purtroppo delusi. Nonostante le buone intenzioni, trattasi di un'occasione perduta che, di fatto, potrebbe danneggiare ulteriormente il sistema universitario. Nella parte che qui interessa, la legge 133 prevede: (1) la limitazione del turnover al 20% dei pensionamenti, con proporzionale riduzione del finanziamento ordinario; (2) la possibilità per le università di trasformarsi in fondazioni senza scopo di lucro per raccogliere finanziamenti e donazioni dei privati.
Non discutiamo qui se sia appropriato, da un punto di vista macroeconomico e di politica di bilancio, ridurre i fondi destinati all'università e alla ricerca per sé, ma dubitiamo fortemente che si tratti di una buona idea. Assumiamo, quindi, la necessità di tagliare i fondi universitari purché questo sia fatto razionalmente, nell'interesse del Paese. La creazione di fondazioni è invece un'operazione che trova il nostro consenso in quanto permetterebbe alle università italiane di raggiungere quell'autonomia patrimoniale, operativa e didattica che tanto loro manca e che è il presupposto necessario alla valutazione dei risultati in sede di assegnazione di risorse pubbliche. Ma queste riforme vanno fatte bene, la qual cosa questa legge non fa.
Non lo fa perché il potenziale meritocratico insito nella trasformazione in fondazioni viene fortemente ridotto, se non totalmente eliminato, laddove la legge 133 (art. 16, comma 9) indica che i fondi pubblici verranno utilizzati per "perequare" (ossia, bilanciare) i fondi privati: ai più meritevoli, in grado di raccogliere finanziamenti privati, arriveranno meno finanziamenti pubblici che fluiranno quindi, in maggiore quantità, ai meno meritevoli. Questo è l'opposto della meritocrazia tante volte invocata: in molti Paesi vige il principio esattamente opposto al comma 9, in base al quale lo Stato premia le università in proporzione ai fondi privati da esse raccolti, anziché punirle, fornendo oltre al finanziamento ordinario specifici fondi aggiuntivi (matching grants, con espressione inglese). In questo modo lo Stato concorrerebbe a premiare i meritevoli e punire i fannulloni, come contiamo il ministro Gelmini e l'intero Governo intendano fare. Consigliamo pertanto di eliminare l'anti-meritocratico criterio "perequativo" dal testo di legge e dalle finalità del finanziamento pubblico per l'università e di adottare il sistema dei matching grants.
Ulteriori passi avanti si potrebbero compiere ampliando sia l'autonomia gestionale che le responsabilità degli atenei, una volta costituiti in fondazioni: (1) commisurando i finanziamenti statali alla produzione scientifica e ai risultati didattici in termini di numero e qualità dei laureati; (2) consentendo agli atenei maggiore autonomia contrattuale in materia di reclutamento dei docenti in modo tale da accedere al mercato del lavoro accademico internazionale mediante rapporti di tipo privatistico; (3) concedendo l'opportunità di fissare le tasse di iscrizione anche oltre l'attuale limite del 20% sul totale dei fondi spesi.
I tagli al finanziamento dell'Università potrebbero diventare, nonostante la scarsa lungimiranza che li sottende, uno strumento per introdurre la meritocrazia: basta farli adeguatamente. Chiediamo, dunque, che i tagli di spesa siano accompagnati ora e subito da una seria riforma meritocratica. Chiediamo che le università italiane, i dipartimenti, i docenti e i ricercatori possano ricevere fondi dallo Stato solo a fronte di una periodica, imparziale e trasparente valutazione effettuata dalla comunità scientifica internazionale, come già accade nel resto delle istituzioni accademiche del mondo avanzato. In Italia, è necessario compiere tale esame in maniera generalizzata. Sulla base dei risultati si potranno poi allocare in modo equamente meritocratico i tagli desiderati, oltre che i premi di ricerca.
In particolare, è opinione comune tra politici e commentatori che in mezzo ad un malcostume dilagante di nepotismi ed incompetenze, l'università italiana conosca ancora alcuni focolai di eccellenza che ne tengono alto il nome nel mondo con ricerche all'avanguardia ed altrettanto notevole insegnamento. Tali focolai d'eccellenza vanno alimentati e premiati. Chiediamo quindi che queste realtà vengano chiaramente identificate dalla comunità scientifica internazionale con i criteri obiettivi e trasparenti del peer reviewing condotto da scienziati esterni al sistema italiano.
L'attuale riforma punisce senza distinzioni tutto il mondo accademico italiano, e questo non è né utile né saggio!, aggravando situazioni già compromesse e penalizzando i ricercatori seriamente motivati. Nessun criterio meritocratico viene introdotto, nessun trasferimento di risorse da chi non fa a chi fa viene attuato o anche solo incentivato. La legge 133 prescrive di qui al 2013 una riduzione del 13% del finanziamento ordinario all'università senza però intervenire al suo interno e prefigurando quindi un sistema identico al precedente, con tutti i suoi difetti e le sue distorsioni, solo rimpicciolito. Dubitiamo che questo possa essere utile al Paese. Anche se fosse vero che l'unico obiettivo consiste nel risparmiare (e ci auguriamo che non lo sia, perché ne va del futuro del Paese), allora si risparmi tagliando impietosamente laddove non si insegna, non si fa ricerca, non si produce cultura, innovazione ed educazione di qualità, lasciando che le risorse fluiscano laddove si fa l'opposto. Anzi, si creino le condizioni legislative e gli incentivi materiali perché le risorse, siano esse private o pubbliche, se ne vadano da laddove sono male utilizzate e si dirigano laddove possono essere meglio utilizzate. Questa è la meritocrazia, quando funziona e quando la si vuol fare funzionare. Chiediamo al ministro Gelmini di far seguire i fatti alle dichiarazioni in favore della meritocrazia da ella frequentemente rilasciate. Ora è il momento, ora si può fare, basta averne la volontà politica.
E’ con convinzione che abbiamo firmato quest’altro appello e che invitiamo gli sparuti frequentatori di questo blog a fare altrettanto mandando una email a questo indirizzo email ed indicando nel testo: nome e cognome, posizione ricoperta, dipartimento e universita' o istituto di ricerca


