The underdogs

Questa é stata la nostra settimana. Una settimana da underdog. Lucia martedi si é conquistata un posto da ricercatrice che dicevano fosse stato concepito, impacchettato e prenotato per qualcun’altro. Io oggi porto a casa l’assegno di ricerca prendendomi anche la prima posizione in graduatoria. Abbiamo vinto. Abbiamo vinto da underdog, e questo raddoppia la soddisfazione nostra ma forse dice qualcosa che é rilevante anche per altri.

I cinici mi diano il beneficio del dubbio e leggano alla fine cosa ho da dire loro*. Per tutti gli altri, quelli che sono scorati a leggere le storie dei cervelli in fuga, quelli che guardano altrove disgustati dagli scandali universitari che in questi giorni riempiono i giornali, posso dire con tutta sincerità, ed in coscienza, che per quello che mi é stato dato modo di vedere, almeno queste due volte, martedi a Roma ed oggi qui a Milano, é semplicemente andata come doveva andare.

*Certo un cinico potrebbe obbiettare che é una curiosa coincidenza l’argomentare che é andata secondo le regole proprio quando si vince. In fondo il figlio del rettore che vince il concorso blindato non potrebbe che dire la medesima cosa. E se non fosse proprio freddo e razionale calcolo (non posso dire che è stata una porcata altrimenti finisco dentro insieme a papà rettore) sarebbe quantomeno distorsione cognitiva (ho vinto io che sono il bravo e quindi é stato per forza un concorso meritocratico). Al cinico potrei rispondere con certificati anagrafici, alberi genealogici, CV miei e degli altri concorrenti e cosi via. Ma in fondo, in una settimana così, del cinico non mi importa nulla.
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No, l'onda le riforme non le vuole

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Mentre mi ascolto Perotti intervistato da Severgnini, riposto qui un pezzo scritto per iMille sull’onda.

L’onda è il miglior alleato dei baroni. Ne è consapevole?

L’università italiana è un sistema ingessato. Lo è sicuramente la parte che lambisce molta della classe accademica. Lo hanno detto tutti, persino gli accademici stessi. Non mi sembra ci sia bisogno di aggiungere altro. Io temo che lo sia anche la parte che coinvolge la classe studentesca. Almeno quella parte che si riconosce nel movimento dell’onda. Almeno quella che se la sente di sottoscrivere questi tre documenti che ieri sono stati pubblicati sul sito ateneinrivolta.org e che dovrebbero rappresentare la piattaforma dell’onda.

Ecco, se quella contenuta nella piattaforma è l’università che vuole l’onda, non si capisce quale sia la differenza rispetto all’università che vogliono conservare i baroni. Esiste un incastro perfetto, quasi una complementarietà tra le due idee di università con l’unica differenza che i baroni vorrebbero magari tirare un pochino più di soldi dalla loro (magari per qualche bel concorsetto da ordinario, o qualche privilegio baronale in piùWinking mentre gli studenti ne vogliono di più per se’ (tutto gratis a cominciare dall’iscrizione per finire con cinema, teatri, libri e trasporti).

Insomma è un problema distributivo, su come dividersi le spoglie di questa università. Ma sulla sostanza dell’università che vogliono vi è quasi totale convergenza. E’ una tesi forte la mia? Prendo e commento quattro punti delle proposte dell’onda (in neretto) per sostenere la mia tesi. Ce ne sono di più ovviamente, ma il post si allungherebbe a dismisura.

1)Abolizione del sistema del 3+2 così come del sistema del credito. [WORKSHOP DIDATTICA]

Francamente non mi è chiaro l’obiettivo ma ho ben chiaro quale sarebbe il risultato. Tornerebbe impossibile fare confronti internazionali con gli altri paesi europei, scambiare studenti in entrata ed uscita e rendere facilmente riconoscibili i titoli di studio con le gravi conseguenze per la mobilità lavorativa. Ah, naturalmente sarebbe più difficile anche confrontare la qualità di didattica e ricerca. A chi credete che farebbe piacere?

4)Critica della meritocrazia e sua applicazione in Italia. Non devono esistere poli di eccellenza contrapposti al resto delle universitá, a maggior ragione se autoproclamati come nel caso dell'AQUIS. In secondo luogo si è svolta una critica ai parametri di valutazione schiacciati sulla produttivitá, e nello stesso tempo si sono proposte nuove forme che privilegiassero la valutazione dal basso e la qualitá. [WORKSHOP DIDATTICA]

Evito del facile sarcasmo. La frase si commenta da sola. Però mettiamo un altro punto fermo: l’onda rifugge il merito come criterio di selezione e distribuzione delle risorse nell’università. E chi pensate che festeggi di più sentendo queste parole?

2)L'autonomia della ricerca e la qualita' dell'universita' pubblica non possono essere disgiunte dalla realizzazione di un nuovo concetto di valutazione. Tale concetto, piu' complesso della combinazione di indici presuntamente quantitativi, non deve essere legato al contenimento del bilancio, alla produzione di brevetti o al semplice numero delle pubblicazioni. Pensiamo che la valutazione debba essere intesa anche come rendicontazione sociale delle attività degli atenei e del sistema nel suo complesso, che non possa prescindere dai contesti territoriali in cui le università sono inserite. Contemporaneamente, ribadiamo che anche docenti, ricercatori e dottorandi dovrebbero essere coinvolti nei processi di valutazione. Gli esiti della valutazione della didattica e della ricerca dovrebbero condizionare la distribuzione di parte dei finanziamenti per gli atenei sia nella distribuzione dei finanziamenti ai singoli. [WORKSHOP RICERCA].

In sostanza, va bene che si faccia la valutazione, ma lasciamo stare i criteri quantitativi che utilizzano in tutto il mondo e che sono trasparenti ed oggettivi come l’impact factor o i brevetti e prendiamo piuttosto dei criteri fumosi dietro i quali possiamo giustificare tutto ed il suo contrario e distribuiamo i fondi in base a questi criteri. Si passi da un finanziamento a pioggia (a-meritocratico) ad uno fumosamente dirottabile (anti-meritocratico). Chi credete che festeggerà?

5)Abolizione dei blocchi all'accesso e lungo il percorso di formazione superiore. I blocchi devono essere eliminati sia come sistema di esclusione dal diritto allo studio, sia come filtri progressivi di stratificazione sociale. [WORKSHOP DIDATTICA].

Via i blocchi. Via la selezione all’entrata. E pazienza se cosi facendo si degrada la qualità dell’insegnamento di quelle facoltà che non possono tollerare troppi studenti per le loro strutture. E pazienza se qualche ateneo vorrebbe puntare sulla qualità in modo da attirare gli studenti migliori. Ma l’università senza merito chi esclude davvero? Non i ricchi, che possono benissimo pagarsi l’università privata, quella estera, oppure trovare degli agi e scorciatoie nell’università mediocre e sovraffollata di oggi.
La realtà dell’università italiana è che già oggi è frequentata in maniera preponderante dai figli delle classi agiate. Che vi entrano senza blocchi ed a costi irrisori, gravando ovviamente sulla tassazione generale. La realtà è che oggi le tasse delle classi meno abbienti sovvenzionano gli studi dei figli dei ricchi. Ed allora che cosa provoca la “stratificazione sociale”? Un’università che funziona come tassa regressiva sui poveri ed a favore dei ricchi oppure una università che fa entrare i bravi ed i bisognosi con le borse di studio e fa pagare pienamente il costo dei propri studi a tutti gli altri? E non si creda che i baroni si dannino l’anima per i numeri chiusi: un’università mediocre, di massa e senza merito è il miglior luogo dove piazzare il proprio clan senza troppe complicazioni.

Cara onda, forse come dice falso idilio, sei solo inconsapevolmente ed innocentemente prigioniera di vecchie impostazioni. Non me ne volere quindi se ti faccio notare che quello che tu forse credi idealmente come il luogo della tua università ideale somiglia troppo da vicino all’incubo nel quale siamo già oggi imprigionati.

Concludo con tre disclaimers , dal momento che il titolo è volutamente provocatorio e scatenerà polemiche:

1) Ho chiesto a iMille di ospitare questo mio pensiero. So che non riflette quello di molti de iMille quindi l’invito è di mandare alla redazione articoli a sostegno all’onda, se qualcuno se la sente.

2) Onde evitare di essere accusato di distanza dai problemi dell’onda metto subito in chiaro di essere uno dei tanti post-doc (quelli che adesso un po’ teatralmente chiamano precari della ricerca). Sono uno dei tanti ripeto. Ma non mi si accusi di essere estraneo, lontano o superiore ai problemi discussi dall’onda.

3) Infine penso come tutti che il decreto Gelmini non risolva un bel nulla dei problemi dell’università. Al più, fa risparmiare al contribuente un po’ di soldi che –bisogna dirlo- verrebbero comunque in buona parte sprecati.

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Ma l'onda le vuole davvero le riforme?

Lo stato preoccupante dell’università è dovuto totalmente alle colpe della classe politica ed accademica ed una riforma seria deve cominciare proprio dal rimediare le storture da queste prodotte. Ma i nuovi studenti dell'onda che Venerdi sono scesi nelle piazze di Roma, sono davvero pronti per vivere un’università diversa da questa?

Ne ho scritto ieri sul blog de iMIlle.

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Gelmini e dintorni

Tutto quello che avrei voluto dire io sulla non-riforma Gelmini e sulla inconsistente, confusa e conservatrice protesta che la combatte, lo scrive con uno stile asciutto e lapidario Francesco Costa, già spin doctor di Scalfarotto alle ultime elezioni.

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Da Beccaria a Becker

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Per gli studenti del corso di Etica ed Economia,
le slides della lezione di oggi sono qua.


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Non mi basta essere contro la Gelmini

Oggi ho consegnato alle poste la mia ennesima domanda per un concorso. Bene. Mentre ci motiviamo con la lettura, leggiamo gli appelli che circolano sulla Legge 133 (quella che tra l’altro permette la trasformazione delle università in fondazioni e che blocca il turn over al 20%).

Sul papocchio di appello circolato qualche settimana fa ci limitiamo a dire che puzzava di difesa pregiudiziale da parte di una casta baronale che vuole difendere a spada tratta questa università che come scrive Marco Simoni oggi sull’Unità” “' è stata già umiliata ripetutamente proprio da coloro che avevano il dovere di proteggerne e tutelarne la reputazione, la autorevolezza e la dignità” E per non cedere alle male parole, ci rifacciamo alle cosiderazioni di Gabriele Boccaccini sul sito de iMille:

Al solito: siamo bravi solo a lamentarci, contro i tagli del governo e contro i "cattivi" americani. Sul fatto che il governo Berlusconi non abbia idee chiare sul rilancio dell' università non ci sono dubbi. Per evitare interminabili e fuorvianti disquisizioni ideologiche, ammettiamo pure che il sistema universitario americano sia il peggiore del mondo e sia destinato nei prossimi mesi a crollare assieme a Wall Street. Ma qual è il modello che abbiamo in mente? Lo status quo? Davvero vale la pena difendere quell'incancrenito sistema baronale che fa acqua da tutte le parti? I tagli del governo e il modello americano diventano così solo dei comodi alibi per non affrontare i veri nodi del problema. Come mettere il merito al centro del sistema universitario? Come rendere le nostre università competitive a livello internazionale? Come attirare cervelli e risorse economiche? Come contrastare il rapido declino del livello qualitativo dell'istruzione? Qual è il modello italiano alla meritocrazia e all'eccellenza? Tutto il resto sono solo chiacchiere.

Molto più pregnante ci sembra quest’altro appello che parte da alcuni aspetti positivi della legge 133 e sprona il governo a renderla una riforma completa e migliore di quel disastro che ora é. Fa leva sul merito della 133 per introdurre finalmente il merito nell’università italiana.

Lo riproduciamo qui di seguitoClicca qui per continuare la lettura

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