calcio stato, calcio mercato
21 05 06 | Ore: 14:39 | Categoria: Law &
Economics
Premessa a questo post é l'ultimo pezzo di Antonio Nicita sul suo blog.
Propone quattro capisaldi per una possibile
riforma del calcio. Per curarne i mali endemici,
le derive anticoncorrenziali e di commistione di
interessi.
Aggiungo la mia. Credo che ci siano altre questioni su cui bisogna assolutamente rescindere, non tanto il conflitto di interessi tra le varie parti della commedia (TV, squadre, procuratori), ma piuttosto le commistioni tra il teatro ed il pubblico pagante; tra interesse del pubblico ed interesse della categoria; tra ordinamento statale ed ordinamento privato.
La prima questione é quella della sicurezza. É noto che ormai la frequentazione dei luoghi del calcio é pratica riservata alle bande ed ai branchi delle tifoserie. E questo nonostante ogni domenica l'Italia dispieghi piú forze dell'ordine negli stadi di quanti soldati impiega nelle missioni di pace all'estero. L'esperienza inglese ci deve essere di lezione. Le strutture sportive devono essere sotto la responsabilitá delle squadre che devono garantire la sicurezza. Alle societá deve essere imputata la responsabilitá oggettiva per quanto avviene nelle strutture e fuori. Ci pensino loro a reprimere le tifoserie. Se non lo vogliono fare che ci pensino loro a pagarsi delle forze di sicurezza. Altrimenti siamo alle solite: costi pubblici di sicurezza, e benefici privati nell'incentivare il tifo viscerale (che significa tanti abbonamenti).
La seconda distinzione da fare riguarda la giustizia sportiva. Forse sono radicale su questo punto, ma credo che i magistrati non si dovrebbero occupare di queste vicende, se non quando assumono rilevanza penale. Avrebbero dovuto farlo i giornali magari i giornali sportivi che avrebbero senza'altro reso un servizio migliore ai propri lettori scoperchiando gli scandali piuttosto che raccontarci delle ultime trattative di Totti con la Roma. La credibilitá del sistema dovrebbe essere puramente reputazionale, pena la scomparsa per disinteresse da parte del pubblico. Se il calcio non é in grado di organizzare una propria giustizia, ma vuole fare ricorso alle strutture pubbliche, bisognerebbe trovare un modo per far pagare il servizio legale reso dai tribunali della Repubblica alla lega calcio.
La terza distinzione riguarda la necessitá di riportare la gestione delle societá di calcio, la corporate governance direbbero economisti ed avvocati, nell'alveo del diritto societario vigente per tutte le altre imprese. La vicinanza tra politica e mondo del calcio ha prodotto una fila lunga ed inconfessabile di deroghe ed eccezioni di cui l decreto spalma debiti é stato solo la punta dell'iceberg. Dai bilanci farsa, agli azzardi finanziari, alle compravendite di calciatori usate come strumenti per nascondere a volte profitti, a volte debiti, altre volte transazioni poco chiare. Le societá di calcio devono tornare ad obbedire alle regole vigenti per tutte le altre imprese private!
Se il calcio non é in grado di camminare con le proprie gambe, come tutte le associazioni e le imprese private devono saper fare, perché deve essere il pubblico a farsene carico? Il concetto espresso in questo modo forse é mal posto. Ci riprovo: forse il calcio é caduto cosi in basso perché ha sempre confidato nella possibilitá di appoggiarsi alla spalla pubblica. Per il bene del calcio forse é giunto il momento di fargli mancare questa spalla!!!
Aggiungo la mia. Credo che ci siano altre questioni su cui bisogna assolutamente rescindere, non tanto il conflitto di interessi tra le varie parti della commedia (TV, squadre, procuratori), ma piuttosto le commistioni tra il teatro ed il pubblico pagante; tra interesse del pubblico ed interesse della categoria; tra ordinamento statale ed ordinamento privato.
La prima questione é quella della sicurezza. É noto che ormai la frequentazione dei luoghi del calcio é pratica riservata alle bande ed ai branchi delle tifoserie. E questo nonostante ogni domenica l'Italia dispieghi piú forze dell'ordine negli stadi di quanti soldati impiega nelle missioni di pace all'estero. L'esperienza inglese ci deve essere di lezione. Le strutture sportive devono essere sotto la responsabilitá delle squadre che devono garantire la sicurezza. Alle societá deve essere imputata la responsabilitá oggettiva per quanto avviene nelle strutture e fuori. Ci pensino loro a reprimere le tifoserie. Se non lo vogliono fare che ci pensino loro a pagarsi delle forze di sicurezza. Altrimenti siamo alle solite: costi pubblici di sicurezza, e benefici privati nell'incentivare il tifo viscerale (che significa tanti abbonamenti).
La seconda distinzione da fare riguarda la giustizia sportiva. Forse sono radicale su questo punto, ma credo che i magistrati non si dovrebbero occupare di queste vicende, se non quando assumono rilevanza penale. Avrebbero dovuto farlo i giornali magari i giornali sportivi che avrebbero senza'altro reso un servizio migliore ai propri lettori scoperchiando gli scandali piuttosto che raccontarci delle ultime trattative di Totti con la Roma. La credibilitá del sistema dovrebbe essere puramente reputazionale, pena la scomparsa per disinteresse da parte del pubblico. Se il calcio non é in grado di organizzare una propria giustizia, ma vuole fare ricorso alle strutture pubbliche, bisognerebbe trovare un modo per far pagare il servizio legale reso dai tribunali della Repubblica alla lega calcio.
La terza distinzione riguarda la necessitá di riportare la gestione delle societá di calcio, la corporate governance direbbero economisti ed avvocati, nell'alveo del diritto societario vigente per tutte le altre imprese. La vicinanza tra politica e mondo del calcio ha prodotto una fila lunga ed inconfessabile di deroghe ed eccezioni di cui l decreto spalma debiti é stato solo la punta dell'iceberg. Dai bilanci farsa, agli azzardi finanziari, alle compravendite di calciatori usate come strumenti per nascondere a volte profitti, a volte debiti, altre volte transazioni poco chiare. Le societá di calcio devono tornare ad obbedire alle regole vigenti per tutte le altre imprese private!
Se il calcio non é in grado di camminare con le proprie gambe, come tutte le associazioni e le imprese private devono saper fare, perché deve essere il pubblico a farsene carico? Il concetto espresso in questo modo forse é mal posto. Ci riprovo: forse il calcio é caduto cosi in basso perché ha sempre confidato nella possibilitá di appoggiarsi alla spalla pubblica. Per il bene del calcio forse é giunto il momento di fargli mancare questa spalla!!!
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