DICE Don Angelo
05 04 07 | Ore: 13:24 | Categoria: Politica
Dal sito Noi siamo
chiesa. Scritto da Don
Angelo Casati, parroco di San Giovanni in
Laterano a Milano.
Gli altri sono per lui, prete minore, storie vissute, sofferte. Le famiglie per lui non sono bandiere per una battaglia, sono case in cui entra, ne conosce il profumo ma a volte anche il peso e l’aria quasi irrespirabile. Papà e mamme per lui non sono astrazioni, sono occhi, sono quegli occhi, è il corpo di quella donna, di quell’uomo. Li ha toccati. Conosce, perché fatto partecipe, il luccicare dell’emozione e il gonfiarsi del pianto. I volti scavati dalla fatica.
I conviventi non sono per lui una categoria sociale, sono in larga misura quei ragazzi e quelle ragazze che ha l’avventura, avventura di grazia, di incrociare agli incontri per i fidanzati. Si sente interrogato dalle loro storie. Interrogato dall’immagine di una chiesa senza misericordia che, a ragione o senza ragione, pesa nei loro occhi.
I preti minori vedono luccicare i loro occhi quando si parla di un Dio amore, perduto come loro nell’amare, perduto, come loro e più di loro, dietro ognuno di noi. E gli occhi dei cosiddetti atei si accendono, quasi li abitasse un brivido di nostalgia, nostalgia dell’acqua viva, l’acqua che il rabbì del pozzo di Sicar faceva sognare alla donna dei cinque mariti. I preti minori non riescono a convincersi, anche perché non hanno ancora dimenticato il vangelo, che l’amore per la famiglia stia, prima di tutto, nella battaglia per le leggi. Si guardano attorno, “pacs” e “dico” ancora non esistono, eppure la famiglia è in processi di rapida evoluzione e a volte di sofferenza. C’è chi pensa che rimedio sia costruire intorno all’albero che intristisce muretti di protezione. Quasi bastasse un muricciolo a rinverdire le foglie e non l’acqua viva.
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Gli altri sono per lui, prete minore, storie vissute, sofferte. Le famiglie per lui non sono bandiere per una battaglia, sono case in cui entra, ne conosce il profumo ma a volte anche il peso e l’aria quasi irrespirabile. Papà e mamme per lui non sono astrazioni, sono occhi, sono quegli occhi, è il corpo di quella donna, di quell’uomo. Li ha toccati. Conosce, perché fatto partecipe, il luccicare dell’emozione e il gonfiarsi del pianto. I volti scavati dalla fatica.
I conviventi non sono per lui una categoria sociale, sono in larga misura quei ragazzi e quelle ragazze che ha l’avventura, avventura di grazia, di incrociare agli incontri per i fidanzati. Si sente interrogato dalle loro storie. Interrogato dall’immagine di una chiesa senza misericordia che, a ragione o senza ragione, pesa nei loro occhi.
I preti minori vedono luccicare i loro occhi quando si parla di un Dio amore, perduto come loro nell’amare, perduto, come loro e più di loro, dietro ognuno di noi. E gli occhi dei cosiddetti atei si accendono, quasi li abitasse un brivido di nostalgia, nostalgia dell’acqua viva, l’acqua che il rabbì del pozzo di Sicar faceva sognare alla donna dei cinque mariti. I preti minori non riescono a convincersi, anche perché non hanno ancora dimenticato il vangelo, che l’amore per la famiglia stia, prima di tutto, nella battaglia per le leggi. Si guardano attorno, “pacs” e “dico” ancora non esistono, eppure la famiglia è in processi di rapida evoluzione e a volte di sofferenza. C’è chi pensa che rimedio sia costruire intorno all’albero che intristisce muretti di protezione. Quasi bastasse un muricciolo a rinverdire le foglie e non l’acqua viva.
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