"Cornute e mazziate": quando le quote rosa si ritorcono contro le donne

Un articolo del New York Times di questa mattina mi ha riportato a degli argomenti famigliari su cui ho lavorato quanche anno fa con l'Accademia d'Impresa. Mi ha fatto sorridere perchè la storia cela un ironia; ma è un ironia amara, ed il sorriso lascia presto lo spazio a qualche riflessione. In sintesi il problema è il seguente: le donne in questo paese si sono emancipate. Almeno a gudicare dalla quantità e qualità delle domande che i college ricevono in tutta la nazione. E' un trend incontestabile: le donne sono di più, sono più brave, riescono meglio nei test ed in generale hanno più attività extracurriculari da mettere sul piatto della bilancia. Viva l'America. Viva l'affirmative action. Però a trenta e più anni dall'introduzione di queste prassi (una versione estesa a tutte le minoranze ed a tutti i contesti delle nostre quote rosa), esse cominciano a far vedere i propri limiti.

Si dà il caso infatti che, per mantenere un bilanciamento di genere nei campus universitari, per non trasformare gli uomini nella nuova minoranza esclusa, si mantengano standard più bassi per i ragazzi di quanto si faccia con le ragazze. Con meno domande (e più scarse) ricevute dai maschi infatti, l'unica soluzione è abbassare per questi ultimi la soglia di entrata. Il risultato è che oggigiorno, a parità di competenze e capacità, un numero consistente di ragazze non accedono alle università più prestigiose dove invece i loro pari maschi possono entrare.

Che ironia. Questo strumento di emancipazione, di empowerment, si sta ritorcendo proprio contro quei soggetti che era destinato a tutelare. L'ironia si fa amarezza quando si riflette sul fatto che, l'affirmative action nasce come istanza di remissione di ingiustizie e disparità subite da una minoranza (anche se non numerica) nel passato. Ma quale passata discriminazione possono addurre I figli maschi dei wasp americani per giustificare l'ingiustizia di rubare il posto a delle ragazze più intelligenti e preparate di loro?

Il dibattito sul New York times è aperto. Qui c'è il primo articolo del 24 Marzo. Qui le lettere di risposta al giornale ed un altro articolo di opinione.