climate change

The green way

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Questa é la copertina dell'economist di questa settimana. Segue report di 32 pagine su come le cose sul fronte della lotta ai cambiamenti climatici si stiano muovendo. Ben oltre il protocollo di Kyoto. Sapete come da queste parti il tema ci stia partcolarmente a cuore. Sorgono due tipi di riflessioni.

-La prima é che malgrado tutto, come mostra bene il settimanale inglese, le cose si stanno muovendo a più livelli. Il livello più attivo sembra quello che tutti davano per il più restio a muoversi: quello industriale. Vuoi per fare di necessità virtù, vuoi per trovare nuove occasioni di business, vuoi per operazioni di marketing, ma le imprese si danno da fare: da quelle che investono in energie pulite, a quelle che si attrezzano per il risparmio energetico, a quelle che fanno delle basse emissioni la loro mission aziendale. E scusate se é poco.

-La seconda riflessione é più generale, e riguarda il mondo anglosassone e la sua cultura. Vero: noi europei continentali diciamo da molto più tempo che il climate change é un grosso problema. Vero: loro hanno negato che esistesse il problema fino all'altro ieri. Vero noi inquiniamo di meno. Vero: noi siamo dentro Kyoto ed invece i loro cugini di oltremanica ancora ci pensano. Peró noi, alla faccia delle belle parole spese 10 anni fa, abbiamo le emissioni del 7% sopra quelle del '90; altro che 10% sotto come promesso. Però noi lasciamo che l'ENEL bruci carbone ed i mulini a vento poi non li facciamo che ci rovinano il paesaggio (meglio una bella ciminiera invece!). Noi siamo bravi a chiacchierare ed a piangerci addosso. Loro sono fatti cosi: magari negano il problema finché possono, ma quando poi lo riconoscono, partono in quarta, ma soprattutto sembra che si diano una meta da raggiungere.

Facciamo un esercizio mentale: ipotiziamo che l'Espresso, o qualche altra nostra rinnomata rivista concedesse tutto questo spazio al tema. Sarebbe usato per fare articoli allarmistici sul fatto che Venezia andrà sottacqua, che la Sicilia diventerà un deserto con i cactus, e che il basilico genovese crescerà sulle pendici del monte rosa. Che le cavallette ci mangeranno i geranei alle finestre e le zanzare ci porteranno malaria ed ebola. Di quei pezzi -giornalisticamente parlando- perfettamente confezionati e dalle tirature enormi. Che però ti lasciano là sull'orlo del precipizio, solo con te stesso e con quel retropensiero che forse é meglio buttarsi di sotto e farla finita subito (vedi questa inchiesta sui tumori ad esempio). Invece l'Economist, in ogni sua grande inchiesta, ed anche a costo di semplificazioni esagerate, parte dal problema per indicarne le soluzioni, per indicare un percorso alla fine del quale il problema si risolve. Ed é cosi anche per quanto riguarda questa inchiesta sul global warming. Noi ovviamente speriamo che l'ottimismo anglosassone sia ben riposto, anche perché del pessimismo immobilista rassegnato italiano non sappiamo davvero cosa farcene...
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