Non alimentare la crisi
Per
non alimentare l’emergenza
L'
indice dei prezzi delle derrate agricole della Fao è
aumentato dell'8% nel 2006, del 24% nel 2007 e del
53% nei primi tre mesi di quest'anno; a livello
mondiale, dal 2006 i prezzi degli oli vegetali sono
aumenti del 97%, quelli del grano dell'87%, i
prodotti caseari del 57% e il riso del 46%.
Se l'aumento del prezzo della pasta ha un impatto
limitato sul paniere di acquisto dei consumatori
occidentali grazie al fatto che la maggior parte del
reddito viene in media spesa altrove, tutt'altri
problemi questi aumenti stanno creando nel sud del
mondo. Per miliardi di persone questi aumenti
costringono le famiglie a tirare seriamente la
cinghia, e per centinaia di milioni di essi,
rappresentano il ritorno nella povertà. "Per la
classe media la crisi implica il taglio delle spese
mediche; per quelli che vivono con due dollari al
giorno significa la rinuncia alla carne e a
mandare i figli a scuola; per quelli che vivono
con un dollaro al giorno significa rinunciare a
carne e verdure e vivere solo di cereali; per quelli
che vivono con mezzo dollaro è il disastro totale: i
più poveri stanno vendendo gli animali, gli strumenti
e i tetti di lamiera sopra la loro testa". Cosi
Josette Sheeran, del programma alimentare mondiale
descrive l'impatto della crisi per i più poveri. Le
tensioni dovute all'esplosione dei prezzi sono
affiorate chiare ai quattro angoli del globo:
dalle proteste messicane dell'anno scorso per
l'esplosione dei prezzi del mais (ingrediente base
della tortilla), alle rivolte di quest'anno lungo
tutta la linea dell'equatore. Ad Haiti, i
manifestanti al grido di "Abbiamo fame" hanno indotto
il primo ministro alle dimissioni; in Camerun, 24
persone sono morte nelle rivolte, in Egitto
l'esercito è stato utilizzato per produrre pane e
nelle Filippine l'accaparramento di riso è stato reso
un reato punibile con l'ergastolo. All'inizio di
giugno, i capi di stato si sono incontrati a Roma
sotto le bandiere della Fao (l'agenzia dell'Onu per
il cibo e l'agricoltura) per discutere della crisi in
corso. Le soluzioni emerse sono a dir poco parziali,
ma il vertice ha avuto almeno il pregio di mettere il
mondo di fronte ai fatti. Ma da dove viene questa
crisi?
È finito il mondo del "cibo a basso
prezzo".
Cosi ha titolato l'Economist qualche mese fa per
descrivere i contorni della crisi. Come era fatto
questo mondo del cibo low-cost? Più di due secoli fa,
all'alba della rivoluzione industriale, Malthus
prevedeva l'imminenza di carestie dovute al fatto che
la popolazione umana, già allora in crescita veloce,
non avrebbe trovato sufficienti risorse
naturali di cui sfamarsi. Niente di tutto questo si é
(per nostra fortuna) avverato. Al contrario,
soprattutto dal dopoguerra ad oggi i progressi nella
produttività agricola sono stati tali da sostenere
una crescita della popolazione mondiale fino al
livello attuale. E non solo: talmente
efficiente si è resa la produzione che per
decine di anni in occidente abbiamo dovuto sussidiare
l'agricoltura che altrimenti avrebbe dovuto soffocare
dei prezzi mondiali troppo bassi. Nei paesi dell'est
europeo ci sono milioni di ettari di terre un tempo
coltivate ma che sono state abbandonate per anni,
semplicemente perché, ai prezzi vigenti fino a
pochi tempo fa, coltivarli non conveniva. Nel giro di
pochi anni lo scenario è cambiato. Il cambiamento
viene da lontano ed ha origini diverse. Oggi ci
troviamo ad un pericoloso incrocio della storia dove
queste cause si stanno incontrando e sommando le une
con le altre.
I giganti cominciano a mangiare da giganti.
Uno dei fenomeni rilevanti degli ultimi decenni è la
fuoriuscita dalla povertà di centinaia di milioni di
persone. Prendiamo ad esempio solo i due giganti Cina
ed India: nel giro di pochi anni hanno ora entrambe
una classe media che supera il miliardo di persone
con consumi simili o di poco inferiori a quelli
occidentali. E come gli occidentali, indiani e cinesi
(ma anche molti russi, brasiliani, vietnamiti e cosi
via) si stanno velocemente abituando a mangiare molta
carne, ad utilizzare menu più ricchi, variegati e
spesso sovrabbondanti e, come gli occidentali, a
sprecare (si calcola che negli Stati Uniti il 30% del
cibo prodotto finisce nella spazzatura). Il
risultato è che l'aumento di consumi ha
inevitabilmente comportato una pressione sui prezzi.
Le auto si bevono il cibo (ed i trattori rimangono
assetati).
E poi ci sono i biocarburanti; dall'olio di colza
comperato al supermercato ed infilato nei
motori diesel, (ma si può fare anche con l'olio di
palma, di girasole, di soia e cosi via), fino
all'etanolo ricavato da mais, canna o barba-!!!!
bietola da zucchero. I biocarburanti sono sembrati
per un breve tempo una promessa di energia
sostenibile per continuare a mandare a far camminare
le automobili anche senza petrolio Hanno però ben
presto mostrato alcuni importanti limiti: il mais
impiegato per produrre 100 litri di etanolo
basterebbe a sfamare una persona per un anno. Se
volessimo "camminare" con il solo etanolo, al ritmo
con cui oggi noi occidentali riempiamo i nostri
serbatoi e consumiamo benzina, è probabile che
dovremmo dedicare la gran parte delle superfici
coltivabili della terra per produrre combustibile.
Siamo ben lontani dal coprire il 5% dei consumi di
benzina e diesel con i biocarburanti, e già così la
competizione tra coltivazione per il cibo e
coltivazione per il combustibile ha creato forti
tensioni sui prezzi. A tutto questo si aggiunge
l'impennata nei prezzi del petrolio, dovuta ad altri
fattori, ma che trascina con se un aumento
considerevole dei costi del combustibile, che a
catena si ripercuotono su tutta la filiera
alimentare, che dipende dai trattori per la
lavorazione dei campi, dai camion per il trasporto,
dai pescherecci per la pesca, dalle centrali a gas
per l'elettricità e la cottura dei preprati e così
via.
La finanza specula.
Rimasti bruciati dalla grande bolla del mercato
immobiliare che ha reso a tutti familiare l'oscura
parola subprime, la finanza internazionale ha
messo gli occhi sul mercato delle materie prime e
delle cosidette commodities, tanto da far dire al
famoso speculatore George Soros che è in corso una
nuova bolla speculativa in questi mercati. Le materie
prime sono certo quelle provenienti dalle attività
estrattive, in primo luogo il petrolio – che
infatti in questi ultimi mesi ha fatto registrare
un'impennata di prezzi – ma sono anche le
derrate alimentari scambiate nelle varie borse del
mondo. La speculazione finanziaria, cercando di
anticipare i cambiamenti, compera e vende i
cosiddetti contratti futures (contratti sulle future
consegne di partite di merce) a ritmi vertiginosi,
finendo con l'esasperare ulteriormente gli
squilibri tra domanda e offerta che sono all'origine
delle tensioni sui prezzi.
Proteggere, sussidiare, vietare.
Se il mercato delle derrate alimentari mondiale ha i
suoi problemi, la comunità degli stati ci mette del
suo, con un mix di politiche pubbliche che molto
spesso invece di risolvere, finiscono per
esacerbare i problemi. Nel mercato agricolo il
protezionismo e i sussidi sono ancora imperanti
soprattutto nel mondo occidentale; la famosa PAC, (la
politica agricola comunitaria), che peraltro ha i
suoi equivalenti in America e Giappone, ha per
decenni sovvenzionato i prezzi di tutti i prodotti
agricoli e derivati dal riso, al grano, al latte a
scapito dei produttori in altri paesi del mondo,
fino al paradosso che abbiamo invaso l'Africa
delle nostre eccedenze alimentari mettendo in
ginocchio i piccoli produttori locali che non
potevano certo competere con il nostro burro e la
carne in scatola. I sussidi servivano per proteggere
i redditi dei nostri agricoltori, si diceva. Bene,
con i prezzi ora alle stelle. non ci dovrebbe essere
più bisogno di aiuto, ed invece continuiamo a pagare
gli agricoltori per mantenere terreni incolti e per
contenere la produzione (pensiamo alle quote latte)
quando il mercato chiede esattamente l'opposto! La
reazione di molti paesi in via di sviluppo non si è
fatta attendere. Quasi cinquanta stati, secondo la
banca mondiale, hanno negli ultimi due anni imposto
dei divieti sull'esportazione di alimenti prodotti
localmente, in maniera tale questo è l'argomento
usato che non vi siano speculatori che si
arricchiscono esportando il riso che poi manca agli
stessi contadini locali. Ma così facendo, ci
insegnano gli economisti, si aggravano a catena i
problemi, prima per i paesi importatori che
d'improvviso si trovano senza generi alimentari da
distribuire, ed in ultima analisi per gli stessi
paesi esportatori che non riescono ad estrarre tutta
la ricchezza dalla loro produzione. Insomma, ai già
gravi problemi generati dai mercati, i governi spesso
ne aggiungono altri! !!!!
VEGETARIANI SI DIVENTA
Combattere la crisi alimentare con forchetta e
coltello. Per difendere la salute propria. E quella
del pianeta
C i vogliono 8 kg di cereali per produrre 1 kg di
carne bovina ed ovina. Ne bastano 4 per produrre un
kilo di maiale e meno di 2 per fare un kg di pollo.
Bastano questi pochi dati per rendersi conto di come
le abitudini alimentari determinino la quantità di
terra che coltiviamo. Se i cereali coltivati per
produrre la carne degli hamburger fossero usati per
l'alimentazione umana, avremmo in un istante risolto
la crisi alimentare globale. Ed avremmo dato un buon
contributo anche alla riduzione del cambiamento
climatico: si calcola infatti che
la produzione di carne impatti per il 18%
sull'effetto serra.
Se si pensa che i mezzi di trasporto contano per
13.5%, ci si rende presto conto che è più importante
cambiare dieta che cambiare macchina per ridurre
l'effetto serra.
Ma perchè il bestiame ha un impatto così alto?
Per cominciare in paesi come Brasile ed Argentina, si
taglia la foresta tropicale per far posto ai pascoli.
Poi si deve tener conto del fatto che bovini ed ovini
sono dei ruminanti la cui digestione produce enormi
quantità di metano, che fuoriesce anche ma non solo
con il letame, metano che è un gas-serra 20 volte più
potente dell'anidride carbonica. Infine la
coltivazione di grandi quantità di terreni per
l'alimentazione animale ed il trasporto della carne
spesso su lunghe distanze (pensiamo ad esempio che i
fastfood del nordamerica sono alimentati dal bestiame
sudamericano) contribuiscono a far crescere la
temperatura del pianeta.
Certo, cambiare le abitudini alimentari di 3-4
miliardi di persone che traggono comunque dalla carne
il loro fabbisogno proteico non è cosa
semplice.
Ma va detto per amore di verità: un modo di
vegetariani è senza'altro un mondo più equo e
sostenibile di un mondo di voraci carnivori. Nel
mezzo di questi due estremi ci sono senz'altro molte
cose che si possono fare senza chiedere alle persone
di rinunciare completamente alla carne a cominciare
dal costruire stalle che recuperino buona parte del
metano e lo utilizzino come biocarburante. Ma resta
la differenza abissale tra una bistecca di manzo ed
un petto di pollo. E non è solo una questione di
sapori.


