vegetarianesimo

Non alimentare la crisi

2008-07-Emergenza_Alimentare
Su questo numero di cooperazione tra consumatori (Luglio) ho pubblicato un pezzo sulla crisi alimentare, scritto durante i giorni del vertice FAO di Roma. Roba vecchia se volete, ma i contorni di quell crisi sono ancora tutti li, solo un po’ messi in ombra dalle fiamme che si levano più alte provenienti dal riacuirsi della crisi del petrolio e quella della bolla immobiliare da poco riesplosa (e con la quale comunque esiste un collegamento di cui tento di parlare nel pezzo).





Per non alimentare l’emergenza
L' indice dei prezzi delle derrate agricole della Fao è aumentato dell'8% nel 2006, del 24% nel 2007 e del 53% nei primi tre mesi di quest'anno; a livello mondiale, dal 2006 i prezzi degli oli vegetali sono aumenti del 97%, quelli del grano dell'87%, i prodotti caseari del 57% e il riso del 46%.
Se l'aumento del prezzo della pasta ha un impatto limitato sul paniere di acquisto dei consumatori occidentali grazie al fatto che la maggior parte del reddito viene in media spesa altrove, tutt'altri problemi questi aumenti stanno creando nel sud del mondo. Per miliardi di persone questi aumenti costringono le famiglie a tirare seriamente la cinghia, e per centinaia di milioni di essi, rappresentano il ritorno nella povertà. "Per la classe media la crisi implica il taglio delle spese mediche; per quelli che vivono con due dollari al giorno significa la rinuncia alla carne e a mandare i figli a scuola; per quelli che vivono con un dollaro al giorno significa rinunciare a carne e verdure e vivere solo di cereali; per quelli che vivono con mezzo dollaro è il disastro totale: i più poveri stanno vendendo gli animali, gli strumenti e i tetti di lamiera sopra la loro testa". Cosi Josette Sheeran, del programma alimentare mondiale descrive l'impatto della crisi per i più poveri. Le tensioni dovute all'esplosione dei prezzi sono affiorate chiare ai quattro angoli del globo: dalle proteste messicane dell'anno scorso per l'esplosione dei prezzi del mais (ingrediente base della tortilla), alle rivolte di quest'anno lungo tutta la linea dell'equatore. Ad Haiti, i manifestanti al grido di "Abbiamo fame" hanno indotto il primo ministro alle dimissioni; in Camerun, 24 persone sono morte nelle rivolte, in Egitto l'esercito è stato utilizzato per produrre pane e nelle Filippine l'accaparramento di riso è stato reso un reato punibile con l'ergastolo. All'inizio di giugno, i capi di stato si sono incontrati a Roma sotto le bandiere della Fao (l'agenzia dell'Onu per il cibo e l'agricoltura) per discutere della crisi in corso. Le soluzioni emerse sono a dir poco parziali, ma il vertice ha avuto almeno il pregio di mettere il mondo di fronte ai fatti. Ma da dove viene questa crisi?

È finito il mondo del "cibo a basso prezzo". Cosi ha titolato l'Economist qualche mese fa per descrivere i contorni della crisi. Come era fatto questo mondo del cibo low-cost? Più di due secoli fa, all'alba della rivoluzione industriale, Malthus prevedeva l'imminenza di carestie dovute al fatto che la popolazione umana, già allora in crescita veloce, non avrebbe trovato sufficienti risorse naturali di cui sfamarsi. Niente di tutto questo si é (per nostra fortuna) avverato. Al contrario, soprattutto dal dopoguerra ad oggi i progressi nella produttività agricola sono stati tali da sostenere una crescita della popolazione mondiale fino al livello attuale. E non solo: talmente efficiente si è resa la produzione che per decine di anni in occidente abbiamo dovuto sussidiare l'agricoltura che altrimenti avrebbe dovuto soffocare dei prezzi mondiali troppo bassi. Nei paesi dell'est europeo ci sono milioni di ettari di terre un tempo coltivate ma che sono state abbandonate per anni, semplicemente perché, ai prezzi vigenti fino a pochi tempo fa, coltivarli non conveniva. Nel giro di pochi anni lo scenario è cambiato. Il cambiamento viene da lontano ed ha origini diverse. Oggi ci troviamo ad un pericoloso incrocio della storia dove queste cause si stanno incontrando e sommando le une con le altre.
I giganti cominciano a mangiare da giganti.
Uno dei fenomeni rilevanti degli ultimi decenni è la fuoriuscita dalla povertà di centinaia di milioni di persone. Prendiamo ad esempio solo i due giganti Cina ed India: nel giro di pochi anni hanno ora entrambe una classe media che supera il miliardo di persone con consumi simili o di poco inferiori a quelli occidentali. E come gli occidentali, indiani e cinesi (ma anche molti russi, brasiliani, vietnamiti e cosi via) si stanno velocemente abituando a mangiare molta carne, ad utilizzare menu più ricchi, variegati e spesso sovrabbondanti e, come gli occidentali, a sprecare (si calcola che negli Stati Uniti il 30% del cibo prodotto finisce nella spazzatura). Il risultato è che l'aumento di consumi ha inevitabilmente comportato una pressione sui prezzi.

Le auto si bevono il cibo (ed i trattori rimangono assetati)
.
E poi ci sono i biocarburanti; dall'olio di colza comperato al supermercato ed infilato nei motori diesel, (ma si può fare anche con l'olio di palma, di girasole, di soia e cosi via), fino all'etanolo ricavato da mais, canna o barba-!!!! bietola da zucchero. I biocarburanti sono sembrati per un breve tempo una promessa di energia sostenibile per continuare a mandare a far camminare le automobili anche senza petrolio Hanno però ben presto mostrato alcuni importanti limiti: il mais impiegato per produrre 100 litri di etanolo basterebbe a sfamare una persona per un anno. Se volessimo "camminare" con il solo etanolo, al ritmo con cui oggi noi occidentali riempiamo i nostri serbatoi e consumiamo benzina, è probabile che dovremmo dedicare la gran parte delle superfici coltivabili della terra per produrre combustibile. Siamo ben lontani dal coprire il 5% dei consumi di benzina e diesel con i biocarburanti, e già così la competizione tra coltivazione per il cibo e coltivazione per il combustibile ha creato forti tensioni sui prezzi. A tutto questo si aggiunge l'impennata nei prezzi del petrolio, dovuta ad altri fattori, ma che trascina con se un aumento considerevole dei costi del combustibile, che a catena si ripercuotono su tutta la filiera alimentare, che dipende dai trattori per la lavorazione dei campi, dai camion per il trasporto, dai pescherecci per la pesca, dalle centrali a gas per l'elettricità e la cottura dei preprati e così via.

La finanza specula.
Rimasti bruciati dalla grande bolla del mercato immobiliare che ha reso a tutti familiare l'oscura parola subprime, la finanza internazionale ha messo gli occhi sul mercato delle materie prime e delle cosidette commodities, tanto da far dire al famoso speculatore George Soros che è in corso una nuova bolla speculativa in questi mercati. Le materie prime sono certo quelle provenienti dalle attività estrattive, in primo luogo il petrolio – che infatti in questi ultimi mesi ha fatto registrare un'impennata di prezzi – ma sono anche le derrate alimentari scambiate nelle varie borse del mondo. La speculazione finanziaria, cercando di anticipare i cambiamenti, compera e vende i cosiddetti contratti futures (contratti sulle future consegne di partite di merce) a ritmi vertiginosi, finendo con l'esasperare ulteriormente gli squilibri tra domanda e offerta che sono all'origine delle tensioni sui prezzi.

Proteggere, sussidiare, vietare.
Se il mercato delle derrate alimentari mondiale ha i suoi problemi, la comunità degli stati ci mette del suo, con un mix di politiche pubbliche che molto spesso invece di risolvere, finiscono per esacerbare i problemi. Nel mercato agricolo il protezionismo e i sussidi sono ancora imperanti soprattutto nel mondo occidentale; la famosa PAC, (la politica agricola comunitaria), che peraltro ha i suoi equivalenti in America e Giappone, ha per decenni sovvenzionato i prezzi di tutti i prodotti agricoli e derivati dal riso, al grano, al latte a scapito dei produttori in altri paesi del mondo, fino al paradosso che abbiamo invaso l'Africa delle nostre eccedenze alimentari mettendo in ginocchio i piccoli produttori locali che non potevano certo competere con il nostro burro e la carne in scatola. I sussidi servivano per proteggere i redditi dei nostri agricoltori, si diceva. Bene, con i prezzi ora alle stelle. non ci dovrebbe essere più bisogno di aiuto, ed invece continuiamo a pagare gli agricoltori per mantenere terreni incolti e per contenere la produzione (pensiamo alle quote latte) quando il mercato chiede esattamente l'opposto! La reazione di molti paesi in via di sviluppo non si è fatta attendere. Quasi cinquanta stati, secondo la banca mondiale, hanno negli ultimi due anni imposto dei divieti sull'esportazione di alimenti prodotti localmente, in maniera tale questo è l'argomento usato che non vi siano speculatori che si arricchiscono esportando il riso che poi manca agli stessi contadini locali. Ma così facendo, ci insegnano gli economisti, si aggravano a catena i problemi, prima per i paesi importatori che d'improvviso si trovano senza generi alimentari da distribuire, ed in ultima analisi per gli stessi paesi esportatori che non riescono ad estrarre tutta la ricchezza dalla loro produzione. Insomma, ai già gravi problemi generati dai mercati, i governi spesso ne aggiungono altri! !!!!

VEGETARIANI SI DIVENTA

Combattere la crisi alimentare con forchetta e coltello. Per difendere la salute propria. E quella del pianeta
C i vogliono 8 kg di cereali per produrre 1 kg di carne bovina ed ovina. Ne bastano 4 per produrre un kilo di maiale e meno di 2 per fare un kg di pollo. Bastano questi pochi dati per rendersi conto di come le abitudini alimentari determinino la quantità di terra che coltiviamo. Se i cereali coltivati per produrre la carne degli hamburger fossero usati per l'alimentazione umana, avremmo in un istante risolto la crisi alimentare globale. Ed avremmo dato un buon contributo anche alla riduzione del cambiamento climatico: si calcola infatti che
la produzione di carne impatti per il 18% sull'effetto serra. Se si pensa che i mezzi di trasporto contano per 13.5%, ci si rende presto conto che è più importante cambiare dieta che cambiare macchina per ridurre l'effetto serra. Ma perchè il bestiame ha un impatto così alto? Per cominciare in paesi come Brasile ed Argentina, si taglia la foresta tropicale per far posto ai pascoli. Poi si deve tener conto del fatto che bovini ed ovini sono dei ruminanti la cui digestione produce enormi quantità di metano, che fuoriesce anche ma non solo con il letame, metano che è un gas-serra 20 volte più potente dell'anidride carbonica. Infine la coltivazione di grandi quantità di terreni per l'alimentazione animale ed il trasporto della carne spesso su lunghe distanze (pensiamo ad esempio che i fastfood del nordamerica sono alimentati dal bestiame sudamericano) contribuiscono a far crescere la temperatura del pianeta. Certo, cambiare le abitudini alimentari di 3-4 miliardi di persone che traggono comunque dalla carne il loro fabbisogno proteico non è cosa semplice. Ma va detto per amore di verità: un modo di vegetariani è senza'altro un mondo più equo e sostenibile di un mondo di voraci carnivori. Nel mezzo di questi due estremi ci sono senz'altro molte cose che si possono fare senza chiedere alle persone di rinunciare completamente alla carne a cominciare dal costruire stalle che recuperino buona parte del metano e lo utilizzino come biocarburante. Ma resta la differenza abissale tra una bistecca di manzo ed un petto di pollo. E non è solo una questione di sapori.

|